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iLibrieleNotti : La crisi delle classi medie
di fulmini , Fri 16 January 2009 7:00
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L’Italia, l’Europa, i tre mondi nel loro insieme, hanno prodotto in questi ultimi decenni difficili poche ricerche storiche-e-sociali sulle ‘classi medie’. Come contributo all’analisi della crisi (= trasformazione pratica insufficientemente teorizzata) di queste classi, in occasione del trentennale della morte di Gino Germani, ripubblico qui un articolo (pubblicato ieri sulle pagine della rivista ‘l’Astrolabio’) per i lettori-scrittori della ‘Rete’. Germani è stato un sociologo e filosofo italiano emigrato in Argentina negli anni Trenta, dopo aver passato alcuni mesi in carcere sotto il regime fascista, e tornato inutilmente in Italia negli anni Settanta.

Gino Germani l’ho conosciuto poco prima che il cancro lo finisse. Nella sua casetta sull’Aventino più di un sabato pomeriggio l’ho trascorso nell’autunno del 1976, discutendo di marxismo e storia e sociologia (con lui e con Francesco Cerase, Alberto Gajano, Orlando Lentini, Luis Razeto), di metodi d’indagine e di processi politici, fino al sopraggiungere della stanchezza e della sera.

Il grande teorico della modernizzazione era allora un minuto vecchietto dai modi cortesi, riservati, a suo agio tra deliziosi mobiletti liberty disseminati di antichi e nuovissimi libri. Dello scienziato faceva trasparire l’inclinazione al ragionamento rigoroso e concreto, dello studioso il continuo riuso delle idee dei classici, del maestro la paziente attenzione ai discorsi altrui – talvolta chiosati da una fulminea critica, arricchiti da una sfumatura. Adagiato quasi disteso nella poltroncina, sorbendo il té o un cafesíto di memoria latinoamericana, distingueva e allontanava la “piccola sociologia dei questionari” dalle ricerche della “grande sociologia”, e ragionando richiamava ed univa naturalmente metodi e risultati delle scienze storico-sociali apparentemente più distanti e diverse. Offriva così alla compagnia dei giovani intellettuali l’esempio vivente di una conoscenza scientifica orientata dal bisogno interiore di comprensione d’un problema o d’un processo, non dalla fedeltà ad una concezione ideologica o ad una disciplina universitaria.

Scomparve silenziosamente poco dopo, senza aver potuto realizzare in Italia ciò che aveva realizzato per l’America Latina: una grande ricognizione della storia e della struttura delle classi sociali. Le istituzioni culturali della sinistra italiana che gli rifiutarono il loro concorso (l’Istituto Gramsci prima fra tutte) erano evidentemente assorbite dalla moda dei convegni e dei questionari.

Ho reincontrato in questi giorni Germani, e ripensato quel suo progetto, leggendo un suo appunto sullo sviluppo dei ceti medi nella storia del capitalismo, italiano in particolare, posto ad apertura di un libro a più voci pubblicato da Liguori (Napoli, 1981) e intitolato ‘Mutamento e classi sociali in Italia’. Un appunto del quale vorrei riprendere ed annotare una certa linea di ragionamento, per portarla all’attenzione del lettore, ma che varrebbe la gioia leggere anche semplicemente per la forma, di una meravigliosa e disarmante brevità. Otto paginette dove una percentuale misura un’epoca e una tendenza, poche formule linguistiche ricapitolano lunghe analisi e fissano il contesto teorico, ed una forte ipotesi organizza la scrittura e la lettura.

Germani inizia notando che lo sviluppo del capitalismo ha prodotto un continuo accrescimento delle ‘classi medie’, che manifestano dal canto loro una persistente “ambiguità” nei confronti delle classi dominanti e delle classi strumentali (testimoniata anche dalla molteplicità e parzialità dei tentativi di una loro definizione teorica). Nella fase del “capitalismo di transizione” (ultimo quarto del secolo diciannovesimo > fine della seconda guerra mondiale) esplode la prima grande crisi delle classi medie, minacciate “dall’alto, da una crescente concentrazione di potere economico e politico, e, dal basso, dai progressi compiuti dalla classe operaia organizzata, sia attraverso i sindacati che i partiti di massa”. Basta ricordare a questo punto che alcune classi dominanti nazionali adottarono nel primo dopoguerra, anche ai fini del contenimento e controllo di questo aspetto della crisi organica, una soluzione autoritaria e anti-operaia: il fascimo e il nazismo.

Nella fase capitalistica successiva, “neo-capitalistica o della società dei consumi”, che giunge ai primi anni Settanta, si realizza secondo Germani una “capacità da parte del sistema sociale globale di dare vita pressoché ininterrottamente ad un processo di innovazione tecnologica e di incremento produttivo”. Capacità effettuale che però viene illusoriamente moltiplicata da una tendenza ideologica a rendere “meno visibile” il sistema della stratificazione, che “tende ora ad essere percepito come un continuum più che come una gerarchia di strati ben distanziati e differenziati”. Tale sviluppo e tale “immagine” dello sviluppo conferiscono comunque “stabilità” al complesso delle classi medie. Una importante conseguenza: “la diffusione di ideologie e di atteggiamenti più egualitari”. Come non ripensare il Sessantotto, sollecitati da questa ipotesi interpretativa, come ‘rivoluzione delle classi medie’ alla ricerca di una ideologia corrispondente alla favorevole congiuntura economica, in presenza di una ‘crisi ideologica delle classi dominanti’?

Dal 1973, nota infine Germani, il sistema sociale entra di nuovo in crisi, poi che “restano fuori del mercato del lavoro non solo una parte della classe operaia ma anche una parte della classe media”. Le classi medie ricadono in una condizione di incertezza e di eteronomia. “La speranza di ascesa (reale e ‘illusoria’) sparisce. Il sistema capitalistico entra in crisi.” Siamo dunque nel pieno della seconda grande crisi delle classi medie. Chi riuscirà ad approntare una sua soluzione, e soprattutto che tipo di soluzione sarà? Autoritaria o democratica? Progressiva o regressiva? Certo risultano oggi anacronistiche le ideologie fasciste e naziste tradizionali ed inconsistenti le loro organizzazioni. Ma non è detto che il ‘nuovo fascismo’ debba di nuovo e sempre assumere tratti autoritari e anti-operai. Questo ha cercato di ipotizzare l’ultimo Pasolini: la possibilità di un nuovo fascismo permissivo ed omologatore.

Si dirà: occorre un centro organizzativo, un nuovo potere in formazione capace di orientare e dirigere in senso democratico e progressivo un tale processo di superamento della crisi. Nel novembre dell’anno scorso richiamavo su queste pagine l’urgente necessità per il fronte politico e culturale riformatore di una “identificazione teorica del reale sistema di potere italiano, che oggi raccoglie e organizza dirigenti dei diversi poteri dello Stato (politico, amministrativo, giudiziario, militare, culturale) e si accinge a istituzionalizzare le sue nuove forme e attività” [‘l’Astrolabio’, nº 24 del 1980]. È ora emersa la questione dell’identità della Loggia P2, ancora tutta da chiarire. Ma io mi domando se all’interno di quel famoso fronte riformatore, fra politici e intellettuali per vocazione e professione, non si possa e debba trovare un modo di più stretto confronto (convegni e questionari a parte, s’intende.)

19 maggio 1981

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Commenti
Inviato: 16/1/2009 13:44  Aggiornato: 16/1/2009 13:44
anch'io ho un germani...si chiamava giovanni, aveva gli occhi colore "i" di fulminiesaette, mi insegnò la guerra.la costituzione è,fu il punto di equilibrio formale scritto etero-imposto alle diverse anime di questo paese. essa non si può "toccare", senza sapere di spezzarlo, quell'equilibrio. quindi non parlerei,io, di riforme, ma di reazioni:reazioni agli attacchi da essa subiti in tanti anni. di reazionari,però, se non pre-armistizio, non ne vedo.qualcuno, statisticamente, dovrebbe ancora pur esserci,ma proprio perché qualcuno e non la maggioranza, si fa fatica a vederlo.
rispetto agli schiavi: il capitalismo allunga un giro alla catena, tanto sofisticata da non sentirsela al collo...ogni tanto una strappata per far capire chi è il padrone...ci manca la carezza del padrone: la mia dignità, per una carezza dal padrone.
il tutto sta: nel comprendere che non tutti si può essere padroni? o che tutti si deve essere padroni? o che nessuno deve essere padrone?
io voto la seconda che detto: la ritengo antropologicamente più efficace.
ottimamente ritrovato,
bok.
Inviato: 16/1/2009 14:20  Aggiornato: 16/1/2009 14:20
Autore: fulmini

@ bok

Salute a te, giovane amico isolano ma non isolato.

Se intendi che "non c'è maggiore o minore signoria che quella su se medesimo", come scrive Leonardo da Vinci, sono d'accordo.

Più in generale, ti dico che è possibile costruire un mondo più giusto e più allegro. E ti consiglio di leggere, se non lo hai fatto ancora, i primi tre post che Luis Razeto ha scritto per i tre sabati precedenti al sabato che verrà, sul come e il perché. Domani sabato 17 gennaio 2009 pubblicherò il quarto, giusto come te, che fai già parte di quel mondo senza saperlo.
Inviato: 16/1/2009 14:59  Aggiornato: 16/1/2009 14:59
si, fulmini, la base è quella del "padrone di sé".
espunta dal mio intervento precedente perché radicalizzante il dire.
il riferimento è più economico-amministrativo: l'uomo non rinuncerebbe, spontaneamente, alla proprietà privata(avendone accarezzato le cosce).
rafforziamo il pensiero di "cosa pubblica-cosa di tutti" e non quello, oggi mas fashion, del "cosa pubblica-cosa di nessuno". antropologicamente più efficace: si caccia in malo modo l'amministratore del proprio condominio, se lo si "pesca" a rubare dalla cassa comune...sempre a non ritrovarsi in fila dietro un dipietro non tale a prelevare a gratis farmaci o patate.
quanto all'allegria: "chi vuol esser lieto sia"...quando si è liberi, solo, si può. diversamente: tutti sotto il balcone ad applaudire a comando,truppe di terra di mare e di cielo...
baci, bok.
Inviato: 16/1/2009 19:59  Aggiornato: 16/1/2009 19:59
ho letto il tris di razeto(mi scuso per le maiuscole: non metterle è il mio modo di superare una regola grammaticale poco equa e civile), attendo il quarto(giusto come me(?)), per scoprire a quale mondo appartengo.
baci, bok.

...è difficile sopra-avanzare il tedesco, certo: c'è poco materiale umano.
evviva i fiduciosi!
...sperando siano i "buoni"!
pace e rispetto,
bokkaglio.
Inviato: 16/1/2009 21:37  Aggiornato: 17/1/2009 0:02
Come viene dimostrato da questo post di Fulmini, Gino Germani é uno di quegli autori "a partire da" i quali si puó ascendere e raggiunggere livelli di notevole ampiezza e profonditá di visione. Anche io, anni fa, ho scritto un breve saggio "a partire da Germani", sui movimenti sociali in America Latina.
Questo argomento delle "classi medie" è senza dubbio uno sul quale sarebbe importante approfondire. Interessantissimo sarebbe avere almeno brevi e rapidi interventi che possano scrivere: Francesco Cerase (che poche settimane fa mi ha inviato un suo libro che raccoglie da vari autori, me compreso, dei materiali per il Corso di Sociologia Economica che svolge presso la Facoltá di Sociologia della Universitá degli Studi di Napoli Federico II), Orlando Lentini (che ha scritto importanti libri di storia dei saperi sociali dei quali si è avuta notizia più volte in questo sito-rivista), e Alberto Gajano, tutti del gruppetto di amici dagli anni settanta che Fulmini ricorda in questo post.
Luis Razeto
Inviato: 16/1/2009 21:45  Aggiornato: 16/1/2009 23:53
Il libro a cura di Francesco Paolo Cerase é: 'Azione economica e azione sociale. Forme,strumenti e problemi della regolazione sociale della vita economica.', ed é stato pubblicato da Societá editrice il Mulino, Bologna, 2008.
Luis Razeto