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Gramsci : La crisi dei partiti viene da lontano
di fulmini , Mon 22 December 2008 7:00
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Antonio Gramsci


Nel 1980, a due anni dalla pubblicazione di Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci (De Donato, 1978), Luis Razeto ed io avevamo finito di scrivere Politica e partiti nella critica di Gramsci. Nel Libro Primo avevamo criticato il marxismo e la sociologia e sulle loro ceneri avevamo fondato e sviluppato i primi elementi della scienza della storia e della politica, nel Libro Secondo criticavamo lo Stato nazionale e il partito politico e sulle loro ceneri tracciavamo i fondamenti teorici di una nuova superiore civiltà, costituita di nuovi rapporti fra economia e politica, dirigenti e diretti, teoria e pratica.

Il Libro Primo scomparve come un sasso nell’oceano, il Libro Secondo non riuscimmo nemmeno a pubblicarlo. Perché accadde tutto questo? Per tante ragioni, la principale delle quali fu che in quegli anni i marxisti e i sociologi, lo Stato e i partiti credevano di essere e sembravano vincitori invincibili. Oggi, il marxismo è quasi scomparso, la sociologia è ridotta ai minimi termini, lo Stato è smembrato dalle regioni internazionali e dalle comunità locali, i partiti sfarinano come neve al Sole. Stiamo preparando l’Edizione Critica dei due Libri. Qui, ora, anticipiamo l'Introduzione del Libro Secondo.

*

"Il grande problema che hanno oggi di fronte le istituzioni, i partiti e gli intellettuali è quello di elaborare e organizzare una strategia di superamento della crisi organica degli Stati contemporanei. Il problema non consiste tanto nella ricerca del come i soggetti politici dati debbano svolgere la propria azione, quanto di chi è in condizione di compiere una tale impresa. Occorre infatti chiedersi: sono i partiti politici le organizzazioni in grado di guidare la risoluzione della crisi? la crisi organica attuale non è anche crisi della politica, delle istituzioni e organizzazioni date, dei partiti stessi?

Possiamo intravedere l’esistenza di un nesso interno tra crisi organica e crisi dei partiti politici attraverso una preliminare considerazione di alcuni tra i segni più evidenti della loro attuale situazione critica.

Il più evidente di questi segni è dato dal processo di scomposizione dei rapporti tradizionali dei gruppi dirigenti con le basi militanti sotto l’impatto delle nuove tecniche di comunicazione, la cui azione molecolare intensiva media in modo nuovo i rapporti dirigenti-diretti, rafforzando la comunicazione discendente delle decisioni e informazioni e indebolendo la comunicazione ascendente dalla base ai vertici. Le ‘masse’ sono organizzate come pubblico più che come soggetti attivi, le moltitudini sono disaggregate molecolarmente e ricomposte in modo che ogni ‘uomo-massa’ diviene pubblico ascoltatore di tutti i discorsi, e pubblico di ogni partito è ogni ‘uomo-massa’. Ciò non è il risultato di un progetto teoricamente guidato dai partiti ma dello sviluppo tecnologico generale a cui essi cercano di adattarsi, così che risultano sempre più somiglianti fra di loro.

Altro segno di crisi è da vedere nel cambiamento di funzione delle ideologie nei partiti, che provoca un processo di scissione fra teoria e pratica e uno sdoppiamento all’interno del momento teorico. I programmi e le scelte pratiche tendono a fondarsi sempre più su analisi empirico-sociologiche della realtà immediata, mentre le ideologie vengono adoperate per portare a coerenza l’eterogeneità risultante dall’empirismo e dal pragmatismo, inquadrando le decisioni in una tradizione culturale e politica. Insieme ai rapporti fra teoria e pratica mutano quelli tra dirigenti e diretti: da una situazione in cui le ideologie realizzavano la coesione delle masse e assicuravano uno stretto collegamento fra gli intellettuali e i semplici in quanto rappresentavano un sistema di riferimento comune, si è venuti passando a una situazione in cui il discorso ideologico entrato in crisi non è più in grado di riprodurre una coscienza e volontà collettiva unitaria.

Un ulteriore segno della situazione critica è la tendenza alla sussunzione del personale dirigente dei partiti da parte di un nuovo sistema decisionale tecnico-burocratico che si è venuto formando e sviluppando all’interno dello Stato. Si tratta di un processo di burocratizzazione dei partiti politici che si svolge in rapporto alla tecnocratizzazione dei sistemi di decisione statale, nel quale la burocrazia sperimenta una significativa espansione e trasformazione. Lo sviluppo di centri decisionali economico-politici concentrati, operanti al di sopra degli organi rappresentativi e amministrativi dello Stato, e composti per cooptazione del personale più efficiente e di prestigio scelto volta a volta nell’industria, nella finanza, nei partiti, nei sindacati, nei mass media, determina una riduzione di incisività dell’intervento dei partiti in quanto le istituzioni e i luoghi dove ricade la loro azione hanno perso capacità deliberante e decisionale. I partiti politici sono progressivamente ridotti ad agire ai fianchi del potere e vengono ridotte le possibilità di iniziative autonome e alternative.

Altro segno ancora della crisi dei partiti politici è da vedere nella loro perdita di capacità di stabilire legami organici tra scienza e politica. Con la diminuzione del valore connettivo dell'ideologia tra dirigenti e diretti, cade anche l’efficacia di questa nella mediazione tra scienza e politica; la scienza non subisce più il primato della politica e rivendica piena autonomia e la funzione guida. In questa situazione la politica offre sempre meno un terreno d’incontro fra la scienza e il senso comune, come si nota nel fatto che il ‘senso del realismo’ in politica tende a produrre scelte di tipo pragmatico anziché critico; il partito politico non può più costituire un ordine intellettuale, in quanto l’ideologia, le scelte pratiche, le conoscenze scientifiche, le attività organizzative “non possono ridursi a unità e coerenza neanche nella coscienza individuale per non parlare della coscienza collettiva: non possono ridursi a unità e coerenza ‘liberamente’ perché ‘autoritativamente’ ciò potrebbe avvenire”. {Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p. 1378.}

Segno infine della crisi è l’emergenza di ‘movimenti’ che si costituiscono al di fuori dei partiti politici come forme di azione collettiva diversa e alternativa; associazioni che coinvolgono gruppi e categorie particolari e che esprimono domande e bisogni settoriali, che non investono l’insieme dello Stato. Il diffondersi di tali movimenti indica che i partiti non riescono a integrare determinati interessi e iniziative degli individui e dei gruppi, sicché il complesso delle attività politiche non trova nei partiti quel momento di sintesi e di universalizzazione che è la loro specifica funzione nell’organamento statale moderno. In questi movimenti si sperimentano nuove forme di azione politica, di rapporti e comunicazione interna; ma il superamento dell’odierna crisi organica domanda ben altre iniziative e attività teoriche e pratiche.

Questi segni di crisi dei partiti manifestano che in essi sono in corso i medesimi fenomeni che definiscono la crisi organica dello Stato e della civiltà moderni: la scissione tra dirigenti e diretti, teoria e pratica, scienza e politica, ‘struttura’ e ‘superstrutture’. La crisi dei partiti è parte determinante della crisi dello Stato poiché l’organicità dei rapporti tra governanti e governati è costruita e garantita precisamente dai partiti politici di massa; essa si produce a misura che i partiti perdono capacità di connettere allo Stato i grandi aggruppamenti sociali di cui sono storicamente i rappresentanti. Più in generale la crisi della politica è l’elemento centrale della crisi della civiltà statale moderna, poiché la razionalità specifica di questa è fondata appunto nel primato della politica. Tutto ciò porta al centro dell’attenzione teorica i processi di formazione, sviluppo, crisi del partito e della struttura della politica moderna, e muove alla delineazione di nuovi soggetti e di nuove forme dell’azione trasformativa."

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Commenti
Inviato: 22/12/2008 14:56  Aggiornato: 22/12/2008 14:56
Essendo troppo lungo risponderti in un commento, l'ho fatto con apposito post sul mio blog:
http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2008/12/22/la-massa-fa-massa-risposta-ad-un-amico-sulla-democrazia-e-la-crisi-dei-partiti/
Attendo tua risposta.
Ciao
Galatea/Mariangela
Inviato: 22/12/2008 16:22  Aggiornato: 22/12/2008 16:22
Ci hanno copiato la testata! Vai a http://fulminiesaette.splinder.com/
Possibile che succedano queste cose?!
Inviato: 22/12/2008 19:53  Aggiornato: 13/1/2011 17:55
Autore: fulmini

@ Galatea / Mariangela

Di ritorno da una lunga passeggiata con mia figlia Sofia (un nome che è un programma), trovo questo tuo appassionato post-commento, del quale ti ringrazio, e cerco di rispondere a caldo.
Dunque... Sì, hai mentito, e continui a mentire (vorrei meglio dire a “errare”, per dirla con Socrate, cioè “per ignoranza della verità”), per esempio quando affermi, a conclusione del tuo post-commento, che “l’unico modo per salvare la democrazia sia una riforma morale e ideologica dei partiti stessi, cioè fondandone di nuovi o riformando quelli che troviamo già in giro”.
Cerco di precisare e chiarire il mio pensiero (attuale, sono sempre pronto a cambiarlo di fronte ad argomenti consistenti):
1) il post che ho pubblicato oggi su www.fulminiesaette.it è la trascrizione dei ‘Prolegomeni’ a “Politica e partiti nella critica di Gramsci” (e non di “Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci”);
2) non sono il solo autore del post, l’ho scritto (e dichiarato sempre, anche nel post in questione) con Luis Razeto;
3) essere ‘intellettuale’ e ‘blogger’, in senso lato, è la stessa cosa – vedi definizione allargata di ‘intellettuale’ di Gramsci – richiamata a più riprese nel sito-rivista, specialmente nella rubrica ‘Gramsci’;
4) non ho scritto che nel 1980 io e Gramsci avevamo “già visto giusto, e i partiti e il resto del mondo no” – anche altri avevano visto giusto, lo so bene, ma concedimi di non farne qui l’elenco ragionato – in seguito farò soltanto un nome ma eccellente;
5) non ho scritto che i partiti politici “stavano in una crisi brutta brutta”, bensì che i partiti stavano (e stanno) in una “crisi organica” – vedi concetto di ‘crisi organica” in Gramsci – richiamato a più riprese nel sito-rivista, specialmente nella rubrica ‘Gramsci’;
5) non ho trasformato il mio iniziale blog in un sito-rivista perche’ sono un “intellettuale serio” e “gli intellettuali seri si trovano più a loro agio” in un sito-rivista piuttosto che in un blog. Perché l’ho fatto, allora? Perché i partiti politici stanno morendo, da decenni, e stanno nascendo, da anni, nuove forme di associazione-organizzazione, basate su rapporti ideologici-intellettuali-morali, e non più ideologici-militari-burocratici – come i partiti politici, appunto – associazioni-organizzazioni che Gramsci aveva prefigurato teoricamente e che chiamava, nei ‘Quaderni’ “riviste di nuovo tipo”, (fra le altre) i siti-rivista, appunto;
6) tu scrivi: “Se guardiamo alla Atene classica, che era una democrazia ma dove non c’erano né Canale5 né Facebook, i rapporti massa/élite dirigenziale e politica non erano molto diversi da quelli odierni... In qualsiasi sistema la decisione vera viene presa sempre da una élite...”, e pensando e scrivendo così commetti un doppio errore teorico:
a] ‘storiografico’ – non bisogna comparare genericamente il presente al passato, una situazione storico-politica (Stato come blocco organico di classi) ed una razionalità teorico-scientifica (scienza della politica) proprie del mondo moderno a una situazione storico-politica (Stato come blocco meccanico di classi) e una razionalità teorico-scientifica (filosofia della politica) proprie del mondo antico,
b] ‘sociologico’ – la teoria delle élites (elaborata da Mosca e Pareto e Michels) è sovrastorica e non coglie la specificità di fenomeni storicamente e geograficamente determinati {Immanuel Wallerstein ha elaborato, negli anni Settanta del Novecento, una sociologia storica che ha in parte superato il limite sovrastorico della ‘sociologia’, noi (Razeto ed io) abbiamo lavorato ad una ‘scienza della storia e della politica’ che tenesse insieme sociologia e scienza della storia, e sociologia e scienza della politica};
7) non ho scritto che bisogna “gestire una democrazia senza partiti”, ma che bisogna riformare la rappresentanza politica, passando gradualmente (non a stacco, ma in dissolvenza incrociata) da forme di rappresentanza nelle quali i rapporti tra scienza e politica, dirigenti e diretti, teoria e pratica sono contraddittorie a forme di rappresentanza che siano organiche.

Questo riguardo alla menzogna ideologica. Quanto alla verità scientifica sono consapevole che si afferma prima o poi. Purtroppo, di solito, non attraverso la discussione, ma la morte: “Una nuova verità scientifica suole farsi strada non in quanto i suoi avversari vengono persuasi e si dichiarano convinti, ma piuttosto perché gli avversari muoiono a poco a poco e la nuova generazione fin dal principio cresce convinta della verità. (Max Planck, Ricordi personali del tempo antico.)

{Rileggo dopo parecchi mesi questo commento, noto e correggo piccoli errori di battitura. I grandi errori di pensiero li lascio agli altri che seguiranno.}
Inviato: 22/12/2008 20:03  Aggiornato: 22/12/2008 20:04
Autore: fulmini

@ Venises

Ho visto, ho letto, ho meditato e, per ora, non ho capito se sia possibile o no.

Todo modo, ci dormo sopra. Come sai, per me il sonno porta coniglio, e siccome non sono solito dare rape ai conigli, ma (come Adam Belinski) conigli alle rape...
Inviato: 22/12/2008 20:21  Aggiornato: 22/12/2008 20:21
Ho letto con attenzione il tuo post e i commenti che si rifanno all'intervento di Galatea e devo ammettere socraticamente che, caso mai ne avessi dubitato, so di non sapere. Nella mia beata ingenuità credevo che la questione si riducesse a una necessità di immediato ritorno al rispetto, al senso di responsabilità e alla dimensione umana, ma mi rendo conto di aver scritto una banalità. Non so spiegarmi bene, ma è profondo il senso di disagio che mi assale nel vedere che, comunque, è l'interesse personale a prevalere, in ogni caso. Avevo vuloto credere nell'avventura del PD, che in ogni caso mi sembrava l'unica alternativa al buco nero del PDL, ma ho visto solo un gruppo di persone che non riescono a decidere niente insieme perchè hanno tentato di mettere d'accordo visuali e vedute piuttosto distanti. È come tentare di cucire insieme le estremità di due maccheroni lessi. Mi rendo conto di dire poco o niente, ma credo di interpretare il disagio e la delusione della gente comune, che non capisce un granché di politica e vede chi le rappresenta impegnarsi in sterili scaramucce, arroccarsi nei propri privilegi e difendere i propri diritti. Molti di quelli che hanno votato Berlusconi mi han detto di averlo fatto perché uno già così ricco di suo non può aver voglia di rubare. Dietro non c'è niente, la politica è una quinta scenografica che nasconde l'horror vacui di tanti nostri governanti. Non vedo proprio come si possa approdare a qualcosa di buono e come i nostri partiti possano uscire dalla crisi in cui versano da anni. Spero di non aver detto troppe sciocchezze o banalità, ma mi fa riflettere ciò che ho letto qui.
AnnaritaStanze all'aria
Inviato: 23/12/2008 8:59  Aggiornato: 23/12/2008 8:59
Autore: fulmini

@ Annarita

Sì, hai ragione da regalare: all’interno dei partiti politici, nei rapporti tra di loro, e nei rapporti tra i partiti e il resto della società politica e della società civile, manca il rispetto, il senso di responsabilità, e abbonda la ricerca dell’interesse personale. C’è quindi una questione morale da affrontare e risolvere. Non a parole. Facendo che parole e fatti vadano insieme, a braccetto.

Però questo non vuol dire che il relativo fallimento del PD, “un gruppo di persone che non riescono a decidere niente insieme” dipenda dal fatto che “hanno tentato di mettere d'accordo visuali e vedute piuttosto distanti. È come tentare di cucire insieme le estremità di due maccheroni lessi.” Questa tesi, di D’alema ed altri, è consolatoria. Non basta fare di questa insalata una insalata russa (amalgamare bene le componenti originarie). Bisogna fare qualcosa di diverso da un partito politico. Al principio, l’Ulivo di Prodi ci ha provato. E proprio D’Alema (e Bertinotti of course) lo hanno stroncato, reclamando un ritorno al partito politico.

Allora, che fare? Secondo me due cose, distinte e intrecciate. Ripulire i partiti politici, ma non solo dei corrotti, anche degli stracotti – cioè dai dirigenti a vita. E, nello stesso tempo, sviluppare nuove forme di rappresentanza politica. I siti-rivista sono anche questo. La crisi dei partiti non coincide con la crisi della politica.
Inviato: 23/12/2008 16:06  Aggiornato: 23/12/2008 16:06
Autore: Pietro

Fulmini è uno dei pochi intellettuali che riesce a rendere comprensibile e semplice ciò che invece contiene, per forza di cose al suo interno, fattori notevolissimi di complessità. Riuscire a far questo è una caratteristica che possiedono le persone intelligenti; categoria alla quale appartengono molti coautori del Sito. Ovviamente, me compreso.
Auguro al nostro coordinatore di mantenere la lucidità, che gli è propria, nell’analisi che dovrà continuare a compiere, perché l’argomento che ha motivato concretamente il suo “post”, vale a dire “quale rapporto tra crisi della politica e crisi dei Partiti” costituisce spesso una dimensione drammatica del nostro tempo.
Conosco, infatti, molti di quelli che un tempo definivamo: “militanti”. Costoro vagano nella Società e nei dintorni dei Partiti come ombre che si muovono nella nebbia, privi di qualsivoglia punto di riferimento; intristiti dai ricordi del tempo andato, alla ricerca di nuovi improbabili lidi cui approdare. A mio parere ( questo è l’unico punto di disaccordo da Fulmini ) Mosca, Michels e Pareto avevano ragione. Basta guardare a quel che avviene nel Partito Democratico per rendersene conto.
Come sappiamo molto bene nulla è peggio che rincorrere una realtà inattuale. Dunque non resta che imboccare strade veramente nuove. Che non possono essere quelle di chi, ormai da un ventennio, ricerca un nuovismo continuo e facilmente superato dalla prossima svolta. Veltroni docet nell’invocare stucchevolmente rinnovamenti radicali che riguardano platee ampie di dirigenti con la naturale esclusione di Lui medesimo.
Fulmini parla della centralità della comunicazione. E’ vero. Ma noi sappiamo che questa sventuratamente segue le vie del capitale. Anche nell’era di internet, nonostante per internet ciò avvenga in misura ridotta. Dunque guardiamo ad altre forme associative, dice Fulmini. Va bene. Si può e si deve fare.
Il punto è però costituito dalla rappresentanza nei luoghi dedicati all’esercizio del potere (di governo e di opposizione). E così le nuove forme associative si troveranno ben presto di fronte al dilemma- nei momenti topici della democrazia: le elezioni- se lasciarsi assorbire da qualche Partito già esistente o fondarne uno nuovo, dando avvio ad un nuovo ciclo, ritornando al punto di partenza dell’analisi.
Vedo una situazione molto confusa all’orizzonte. Una situazione grave e priva di prospettive percorribili.
La scienza può portare un contributo. Senz’altro.
Per questo attendo con fiducia e pazienza i risultati del lavoro di ricerca e di analisi che Fulmini, insieme al suo degno sodale, Razeto, stanno facendo. A loro rivolgo un augurio fervido di non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà e di far affidamento sul talento che altre volte hanno già dimostrato.
Inviato: 23/12/2008 16:57  Aggiornato: 23/12/2008 16:58
Autore: fulmini

@ Pietro

Grazie dell'apprezzamento del lavoro scientifico che da 35 anni produciamo Luis Razeto ed io. Generoso come sei, metti molta carne al fuoco nel tuo commento. Considero una fiorentina (un punto): se abbiano avuto ragione e in che misura Mosca, Pareto e Michels in quanto elaboratori della teoria delle élites.

Secondo me, in parte (sempre i contributi scientifici sono parziali, e non definitivi), ma sono stati superati, ideologicamente e scientificamente, da Gramsci nei "Quaderni'. Riporto qui di seguito un brano di 'Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci' (De Donato, 1978), capitolo 'Teoria della burocrazia moderna':

“Primo elemento è che esistono davvero governati e governanti, dirigenti e diretti. Tutta la scienza e l’arte politica si basano su questo fatto primordiale, irriducibile (in certe condizioni generali). [...] Dato questo fatto sarà da vedere come si può dirigere nel modo più efficace (dati certi fini) e come pertanto preparare nel modo migliore i dirigenti (e in questo più precisamente consiste la prima sezione della scienza e arte politica), e come d’altra parte si conoscono le linee di minore resistenza o razionali per avere l’obbedienza dei diretti o governati. [...] Occorre tener chiaro tuttavia che la divisione di governati e governanti, seppure in ultima analisi risalga a una divisione di gruppi sociali, tuttavia esiste, date le cose così come sono, anche nel seno dello stesso gruppo, anche socialmente omogeneo; in un certo senso si può dire che essa divisione è una creazione della divisione del lavoro, è un fatto tecnico.” (Q, 1752)

Il duplice carattere – politico e tecnico – della burocrazia discende dal fatto che la stessa distinzione tra dirigenti e diretti, che costituisce il terreno nel quale la burocrazia si forma, risponde a esigenze politiche e tecniche della vita collettiva. La consapevolezza di ciò permette a Gramsci di comprendere come la separazione tra dirigenti e diretti, e quindi il terreno costituente della burocrazia, si riproduce anche laddove si realizzi una ‘società senza classi’, ed ancora all’interno di un gruppo sociale omogeneo, ed all’interno dei partiti. Precisamente l’esistenza di una burocrazia manifesta una situazione di scissione – tecnica e politica – tra dirigenti e diretti. Aggiunge Gramsci: “Su questa coesistenza di motivi speculano coloro che vedono in tutto solo ‘tecnica’, necessità ‘tecnica’ ecc. per non proporsi il problema fondamentale” (Q, 1752); che è questo:

“Nel formare i dirigenti è fondamentale la premessa: si vuole che ci siano sempre governati e governanti, oppure si vogliono creare le condizioni in cui la necessità dell’esistenza di questa divisione sparisca?” (Q, 1752)


{Mi piacerebbe che, in uno dei prossimi tuoi posts della rubrica 'sociografie', riferissi un esempio concreto di rapporto tendenzialmente democratico (e non oligarchico) tra dirigenti e diretti all'interno di un partito politico geograficamente e storicamente determinato. Faccio un nome a caso: il Partito Comunista Italiano.}
Inviato: 24/12/2008 11:16  Aggiornato: 24/12/2008 11:16
Sottrarsi alla discussione sulla crisi dei partiti che Fulmini ha voluto sollecitare con il suo Post è un atto di colpevole indifferenza. Se poi dai uno sguardo ai commenti e alle precisazioni, integrazioni e ulteriori arricchimenti apportati dallo stesso autore e continui a fare finta di niente sei doppiamante colpevole. Io perciò intendo intervenire, con questa premessa. Pur condividendo in pieno le considerazioni sul nesso tra crisi organica dei partiti e crisi dei partiti politici devo dire che la nascita del Partito democratico rappresenta una novità assoluta nel panorama politico nazionale e costituisce un elemento essenziale anche per il superamento dell'attuale crisi nella quale è esso stesso a subire i colpi più duri. A cominciare dalla questione morale, dalla presenza ingombrante dei "capibastoni", della loro riluttanza nel lasciare il potere locale, divenuto quasi assoluto, della loro resistenza a non volersi fare, in nessun modo, da parte. Eppure il Pd, grazie alla sua scelta, è riuscito, secondo me positivamete, a semplificare grandemente il numero delle formazioni politiche e dei partiti presenti in Parlamento. Resta molto da fare. In primo luogo l'intollerabile infinita stagione delle diatribe e prese di posizione fine a se stesse alimentate dal vertice che stressano il proprio elettorato e i suoi aderenti. Ma soprattutto mi piacerebbe che i dirigenti di questo partito leggessero, meditatassero e poi applicassero tutte le considerazioni, i suggerimenti e le proposte contenuti in questo Post. Buon Natale! Filippo Piccione
Inviato: 24/12/2008 18:08  Aggiornato: 24/12/2008 18:49
Mentre preparo un post su questi argomenti, e per non essere colpevole di indifferenza, pongo la questione nei termini seguenti:
La attuale civiltá moderna è in crisi organica, e sono in crisi i tre pilastri o fondamenti che la sostengono (a livello politico, lo Stato nazionale ed i partiti; a livello economico, l'industrialismo e il capitalismo; a livello culturale, le ideologie e lo scientismo positivista). Questa crisi, poiché organica, non può risolversi che mediante una nuova organicitá, e come ogni organismo cui fondamenti vitali entrano in grande crisi, la civiltà moderna e suoi pilastri sono destinati a deperire. Questo deperimento però, è lentissimo, e il processo può estendersi ancora per alcuni decenni.
In questo nostro tempo, abbiamo due possibilitá (se vogliamo fare qualcosa di socialmente utile): l'una, è di tentare di sostenere e rafforzare e migliorare i pilastri della civiltà in crisi dimodoché il crollo sia posposto un po', riducendosi in questo modo le sofferenze che comporta la crisi e che comporterá il crollo stesso. L'altra possibilità è di avviare la costruzione dei fondamenti di una nuova superiore civiltà.
La questione della riforma dei partiti, della creazioni di nuovi e migliori partiti, ecc. si pone nella prima prospettiva.
Se invece ci poniamo nella seconda prospettiva, le questioni essenziali sono: la creazione di una nuova politica (non partitica, non statale), di una nuova economia (non capitalista, non industrialista), e di nuove strutture della conoscenze (non ideologiche, non positivistiche).
Nel post promesso imposterò in positivo la questione: Come si puó avviare la costruzione di una nuova civiltá?
Abbracci a tutti

Luis Razeto
Inviato: 25/12/2008 10:06  Aggiornato: 25/12/2008 10:06
Autore: fulmini

@ Filippo

Questa notte appena trascorsa, questo passaggio tra il vecchio mondo e il nuovo mondo, questo Natale: giorno di festa in nome dell'immenso intellettuale che ha traghettato il mondo dal vecchio al nuovo, ho pensato, prima di addormentarmi e poi sognando (il sogno è una forma di pensiero icastico), la tua speranzosa e disperata affermazione:
il Partito Democratico costituisce un elemento essenziale per il superamento dell'attuale crisi
.

E sono arrivato, al risveglio, a questa provvisoria conclusione (provvisoria, considerato che in una discussione tutte le conclusioni sono provvisorie): che in questo caso il "pessimismo dell'intelligenza" deve prevalere sull'"ottimismo della volontà". No, così com'è, il PD non va da nessuna parte. Possiamo votarlo, appoggiarlo, ma non va.

Che fare, allora? Fare come Alessandro Magno. Cioè? Ebbene, come ricorderai, Filippo, e come ricorderai anche tu, Gennariello, nel quarto secolo avanti Cristo, di fronte alla grande crisi politica del mondo antico, Aristotele scrisse 'La Politica', e in questo libro propose una riforma della Città-Stato. Il suo allievo migliore, Alessandro Magno, partì per l'Asia e costruì un Impero occidentale-orientale. Era questa del giovane condottiero e non quella del maturo filosofo la soluzione storicamente progressiva nelle condizioni date.
Inviato: 25/12/2008 12:14  Aggiornato: 25/12/2008 12:14
Grosso è il privilegio di interloquire, soprattutto il giorno di Natale, direttamente con il mio grande amico sul tema da lui proposto su cui sono, sotto ogni profilo, quasi totalmente d'accordo. Quando sostengo che l'attuale Partito democratico nel panorama politico nazionale rappresenta una novità fondamentale, non intendo dire che sia questo partito il modello di partito agognato in grado di superare la crisi organica dello Stato e della civiltà moderni, nè tanto meno capace di, in un tratto, liquidare i segni di crisi che investono tutte le formazioni politiche e non meno delle altre, il Partito democratico. Ciò detto, continuo a sperare che almeno i suoi dirigenti seguano con l'attenzione necessaria le analisi e le indicazioni del tuo post e il dibattito che si svilupperà in futuro con immancabile successo. A presto. Filippo