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eyes wide open : Politica e spettacolo
di fabiobenincasa , Wed 26 November 2008 7:00
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Al momento dell’elezione del primo presidente afro-americano nella storia degli USA, a Hollywood avrebbero anche potuto sbadigliare di noia. Infatti, nei film e telefilm americani i presidenti neri se non abbondano sono come minimo una specie di topos narrativo ricorrente, specie quando si vuole evocare un futuro prossimo nel quale la società è simile alla nostra, ma un gradino più avanzata. Nel serial televisivo 24, narrazione in tempo reale di losche vicende terroristiche i presidenti neri sono addirittura due (fratelli, come John e Bob). Ma avevamo visto presidenti neri nel film Deep impact (1998) o in Il quinto elemento (1997). I giornali sia americani che italiani, durante questa frizzante campagna elettorale hanno spesso fatto l’elenco di queste apparizioni definendole “profetiche”, e forse un po’ è vero, ma in che senso lo sono state?

All’indomani della rielezione di George W. Bush, nel 2004, i democratici americani apparivano sull’orlo dello sbandamento. La scommessa di spazzare via Bush a furor di popolo era persa, Bush era il candidato più votato di tutti i tempi e la vecchia elite democratica completamente bruciata. Il paese era profondamente spaccato e per i conservatori sembrava aprirsi un lungo, se non illimitato, periodo di predominio politico-culturale. Fra i molti articoli di analisi politica che lessi a quei tempi, mi colpì l’editoriale della rivista Dissent, uno dei capisaldi del pensiero liberal negli USA. In sostanza l’analista rimproverava al candidato democratico, Kerry, di essersi mosso in un processo di continuità rispetto ai valori proposti da Bush. Migliaia di giovani americani, spiegava l’articolista, guardano tutti i giorni serial TV, film e videogame dove la sessualità, la religione, la razza sono vissute come questioni eticamente aperte. La popolarità che presso certe fasce d’età assumono questi prodotti culturali, mostra chiaramente che per questi elettori o futuri elettori, le questioni di sesso, genere e razza saranno meno importanti di altre. Se Hollywood non ha problemi ad investire su prodotti narrativi che rappresentino protagonisti gay, neri o donne in ruoli positivi, tanto meno ne dovrebbe avere la politica. Questa brillante analisi mi sembra spiegare perché i successivi due candidati dei democratici, Hillary Clinton e Barack Obama, furono l’esatto contrario di Bush: una narrazione politica effettuata in piena discontinuità con il passato. Non si trattava di corteggiare l’elettorato di centro o quello estremista, ma sostanzialmente di proporre una scelta diversa che potesse essere considerata al tempo stesso accettabile ed entusiasmante.

La spiegazione data dagli articolisti italiani che si sono occupati del rapporto fra la rappresentazione del presidente nero e l’elezione di Obama mi è sembrata mirabilmente semplicistica: Hollywood ha fatto propaganda, tirando la volata per un presidente nero tutte le volte che poteva. La realtà non si può ridurre a questi termini primitivi. Hollywood ha colto una tendenza dell’immaginario presente nelle menti dei suoi spettatori e ha deciso di assecondarla, un po’ per progressismo, un bel po’ perché ha successo di pubblico. Se la questione razziale negli USA avesse potuto essere risolta con un po’ di propaganda avremmo avuto un presidente afro-americano dai tempi di Indovina chi viene a cena? Se c’è qualcosa che la politica può imparare dall’arte è che spesso essa riesce sensibilmente a leggere l’immaginario condiviso, riflettendolo in anticipo. La dolce vita di Fellini, tanto invisa ai benpensanti del tempo, non spiegava tanto il presente dell’Italia, quanto ne lasciava intravvedere la crisi futura, con anni di anticipo. Con tutto questo sprecarsi di parole e chiacchiere poi alla fine cosa si chiede alla TV o al cinema italiano? Di fare propaganda, sotto forma di fiction o di film impegnati.

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