Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Tutte le stelle di Hollywood - vita di imprenditore - Rubriche : Fulmini e Saette
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vita di imprenditore : Tutte le stelle di Hollywood
di fort , Thu 4 December 2008 7:00
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Ad un certo punto mi sembrava di chiedere la luna.
Andavo per fabbriche e per fiere a dire cosa dovesse fare la macchina che volevo acquistare e mi toccava ricevere proposte impossibili o astruse.
Qualche buontempone mi rispose che non fabbricava le macchine giocattolo della Barbie o dei Puffi: c’era da litigare e l’ho fatto anche, qualche volta.
Solo polemiche e perdite di tempo: non concludevo nulla e la cosa mi irritava molto. Possibile, mi dicevo, che non possa realizzare il mio progetto solo perché non trovo la macchina?
Oppure, quando qualche volta tornavo depresso da un inutile incontro e mi dicevo che forse anche altri avevano avuto la mia idea e si erano dovuti arrendere di fronte alla impossibilità di realizzarla, non c’era la tecnica. Eppure vanno sulla luna, pensavo, e non sanno fare una macchina flexografica come la voglio io? Fanno solo dei mostri giganteschi e costosi?

Dalle parti di Porta Vittoria avevo un cliente che mi faceva sudare per incassare le fatture. Una volta che ero andato da lui per incassare, appunto, non trovavo parcheggio e, girando, mi cacciai, dopo essere sceso giù per uno scivolo, in un cortile sterrato sul quale si affacciavano diversi piccoli laboratori ed officine. Trovai posto, penseranno che sono un cliente di qualche ditta - mi dissi. Scesi e mi successe, ma proprio per caso, di vedere una targa davanti ad una porta di officina : OFFICINA XY MACCHINE DA STAMPA FLEXOGRAFICHE.
Abituato com’ero alle grandi officine che costruivano macchine di quel tipo, rimasi perplesso davanti a quella piccola officina, non sapevo se valeva la pena di entrare rischiando che il cliente che doveva pagarmi andasse via.
Entrai: tanto, uno in più - mi dissi, oramai ne ho sentite di tutto.
Nella piccola officina con un soppalco che doveva fungere da ufficio, un signore sulla sessantina, stempiato, con occhiali, basso e con una notevole pancia, con un abito scuro un po’ stazzonato e senza cravatta stava dando istruzioni ad un operaio vicino ad un tornio mentre, un altro operaio limava energicamente un ingranaggio stretto in una morsa da banco.
-Ha bisogno?
-Cerco una macchina flexografica.
-Bene, io le costruisco.

Era veramente di poche parole, mi lasciò parlare senza interrompere e, quando ebbi finito di descrivere la mia, ormai fantasiosa e fantomatica macchina, mi disse:
-Ho lavorato molti anni fa (eravamo nel 1990) ad un progetto quasi simile in tutt’altro settore ma poi non se ne fece nulla per mancanza di fondi. Dovrei rispolverare dei vecchi progetti, se li trovo ancora: è roba del ’70 mi pare. Ma lei ce li ha i soldi?
-Ma lei, scusi, la macchina la sa fare? - Risposi fuori dai denti oramai abituato a ricevere ogni sorta di domande.
Si mise a ridere – Ho bisogno di venire nella sua ditta e vedere alcune cose, verrò domani, mi dia l’indirizzo.

Non mi sembrava vero: ma come - mi dicevo, dopo che ho girato tutto l’arco cisalpino da ovest ad est e tutta la valle del Po, dopo tutte le risposte che ho ricevuto, questo non batte ciglio, non ha problemi a farla? Non è che mi sono imbattuto in un truffatore? Impossibile: i truffatori non lavorano in officina come avevo visto fare lui.
Quella sera faticai a prendere sonno e non vedevo l’ora che arrivasse il mattino seguente.

Era un calabrese, “perito meccanico” – questo è l’ultimo lavoro che faccio poi mi ritiro giù: ho già venduto. Ci vediamo domenica pomeriggio nella mia officina.
-Domenica? Dissi
-Perché lei non lavora la domenica? Non posso perdere tempo durante la settimana con il progetto della sua macchina.
-Non ci sono problemi, le telefono prima- mi affrettai a rispondere.
-Non c’è bisogno di telefonare, se le dico domenica pomeriggio è così, io l’aspetto. Complimenti, è un bel lavoro il suo, siete ben organizzati e l’idea è ottima.
Lo accompagnai all’uscita.

Mi emozionai. La mia macchina era lì, o meglio i suoi disegni: sezioni, profili sud, est, ovest, nord, piantine: quotate ed in scala. Il progetto l’aveva chiamato SUGAR
-Il trucco è di imporre al percorso della carta, dalla bobina al gruppo stampa il lay out in verticale e NON in orizzontale, come fanno tutti: ne deriva una macchina che si sviluppa in altezza e non in lunghezza mentre 40 metri al minuto di stampa saranno sufficienti a fare asciugare l’inchiostro. I rulli trainacarta, guidacarta e ballerini tensionatori previsti dovrebbero essere sufficienti ma si vedrà dopo, questo. Ci mettiamo un cavallo e mezzo trifase, servoraffreddato da una ventola, per la trazione ed una robusta frizione elettromeccanica sulla sbobinatrice. La macchina si ferma da sola quando ha raggiunto il metraggio impostato in precedenza.
Stabilimmo il diametro del rullo portacliché e lo spessore del polimero. O meglio, li stabilì lui perché per me era tutto arabo, io non ci capivo nulla.
Sparò cinquanta milioni, ci accordammo per trenta e fissò in quattro mesi la consegna -poi scendo in Calabria - disse.

Non ci potevo credere: la mia macchina, grazie ad un magico processo osmotico, aveva attraversato l’invisibile membrana che separa l’Idea intangibile per entrare nella dimensione materiale.
Non c’era ancora ma il suo embrione si era materializzato in quei disegni su quella vecchia scrivania in una specie di ufficio intasato di vecchi faldoni, il tutto su di un soppalco in una vecchia e piccola officina: una grotta se pensavo agli uffici di progettazione dove avevo inutilmente cercato.

Adesso cominciava il vero lavoro, per me.
Innanzi tutto il primo problema era la grafica: considerato che Internet ancora non c’era (o, almeno, io non ne sospettavo l’esistenza), le macchine fotografiche digitali nemmeno e gli scanner cominciavano appena a fare capolino, bisognava fare un disegno e digitalizzarlo attraverso uno scanner.
Oppure, come venni a sapere, utilizzare un programma di grafica creativa, non un CAD.
Mi accennarono un programma, il Corel Draw.
Quindi, fare una gabbia elettronica di sedici caselline e metterci otto diritti ed otto rovesci della grafica della bustina, posizionare molto bene la tacca di lettura della fotocellula per la centrature della stampa, stampare la pellicola in negativo e portarla da un service per realizzare l’impianto stampa che è una specie di gomma liquida che, alla luce ultravioletta polimerizza ed indurisce.
Il tutto era assolutamente nuovo per me, qualcosa che mi era completamente aliena.
Comperai il Corel Draw, aprii la scatola, presi il poderoso manuale di istruzioni e lo aprii:
Prefazione:
-Che cos’è Corel Draw
-Requisiti di sistema
-Come si installa
Il tutto di sera, anche di notte perché, di giorno, c’era il lavoro usuale.

La macchina era quasi pronta ed anche io.
La prima cosa che feci, in attesa che me la consegnassero, volli rompere con la grafica stupida, che avevano le bustine fino ad allora: commissionai ad un umorista grafico, Joe Denti, delle caricature di attori del cinema americano vecchio e nuovo, e realizzai il relativo impianto stampa per la Sugar.
Ordinai le bobine, finalmente bianche e non prestampate, ordinai gli inchiostri ed aspettai che arrivasse la Sugar in magazzino.

Finalmente arrivò, ci vollero un paio di giorni per renderla operativa, montammo il cliché degli attori, accendemmo la macchina e via… La bobina bianca miracolosamente si riavvolgeva dopo essere passata per un labirinto di rulli, in una bobina piena di faccine.
La passai subito nella confezionatrice e, finalmente, riuscii a prendere in mano le nuove bustine siffatte. Tutte le stelle di Holliwood erano venute a vedere nascere la nuova bustina.

caricature di divi del cinema americano


L’emozione era enorme sebbene avessi solo confezionato un generico e non una bustina personalizzata: l’avevo stampata io però e, nella quantità desiderata, ed era questo che contava. Potevo stampare anche in piccole quantità tutti i soggetti che volevo e quindi, avevo realizzato la personalizzazione per i bar in piccole quantità. Adesso si trattava di vedere se le mie previsioni di Mercato erano esatte.
Cominciammo a distribuire il generico con gli attori.
‘la Repubblica’, nelle pagine di Milano, ci dedicò un articoletto.
Dopo una diecina di giorni ci trovammo di fronte ad un aspetto che non avevamo assolutamente considerato: fummo subissati da telefonate di collezionisti di bustine.
Fu un successone, tutti i bar la volevano e, finalmente, le torrefazioni dovevano loro cercare me perché i loro clienti volevano il personalizzato.
E’ inutile dire che, prima che la concorrenza potesse reagire a questa novità, pagammo senza neanche accorgercene il mutuo a medio termine del capannone e l’indebitamento di esercizio nonché quello patrimoniale si ridussero a cifre insignificanti.

La bustina personalizzata è, ovviamente, solo un capitolo della vita della ditta.

bustine di zucchero


Chi scrive, grazie al fatto che oramai era libero dalle cartotecniche le quali imponevano una sostanziosa quantità di carta prestampata, ma poteva stampare a piacimento, introdusse, per primo, anche il concetto di bustina pubblicitaria: lavorammo per Euromercato, Editoriale Secondamano, cooperativa di taxi 67 67, ed altri ancora.

Ci sono voluti quasi cinque anni per realizzare questo progetto il quale ha avuto un costo pesantissimo per me e non parlo in termini economici.
Qui entrano in gioco fattori più “sottili”, diciamo così, che nulla hanno a che fare con la vita di tutti i giorni.
E’ interessante vedere come una vita lavorativa di questo tipo influisce sulla vita privata. Si noterà il costo altissimo e si avrà modo di constatare che tutto ha un costo, tutto si paga e, non è detto che il progetto riesca: può anche fallire come mi è successo con altre iniziative.
Il fatto è che Alessandro era cresciuto, era un quindicenne, ormai, ed io non me ne ero accorto.
Del come me ne resi conto, pensandoci a posteriori con il senno di poi, ha qualcosa di straordinario.

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Commenti
Inviato: 4/12/2008 13:59  Aggiornato: 4/12/2008 13:59
buon giorno, e complimenti.
...l'avete brevettata la macchina sugar, col perito calabro?
bok.
Inviato: 4/12/2008 20:04  Aggiornato: 4/12/2008 20:06
Autore: fulmini

Questa tua 'vita di imprenditore', Fort, è per me, e suppongo per coloro che ci seguono e ci precedono (insomma per quelli che camminano al nostro fianco) molto interessante, e questo post lo è in modo particolare.

Perché in modo particolare? Perché rende evidente cosa è, nella sua natura, un "atto economico capitalistico". Scrive Max Weber ne L'etica protestante e lo spirito del capitalismo: "Un atto economico capitalistico significa per noi un atto che si basa sull'aspettativa di guadagno derivante dallo sfruttare abilmente le congiunture dello scambio, dunque da probabilità di guadagno formalmente pacifiche." ...formalmente pacifiche... E poco più avanti precisa: "[sono] due cose eterogenee l'acquisto mediante preda e il guadagno che si ottiene conducendo una fabbrica". ...l'acquisto mediante preda...

Ebbene, a me pare che la cronaca della tua vita renda evidente che tu sei un imprenditore capitalistico - autentico e quindi pacifico. E renda indirettamente evidente che Silvio Berlusconi è un imprenditore capitalistico inautentico, un imprenditore che "acquista mediante preda" - e quindi violento.
Inviato: 6/12/2008 9:01  Aggiornato: 6/12/2008 9:01
Autore: fort

No, non c'era nulla da brevettare, credo, l'unica soluzione nuova era lo sviluppo in verticale avendo ben cura di tenere il baricentro dei 600 e passa Kg. di peso della SUGAR ben al centro della macchina: quel "perito" è uno di quelli che hanno ricostruito l'Italia del dopoguerra: chissà quante macchine avrà venduto evitando di importarle dal Giappone o dalla Germania.
Aveva avuto delle disavventure commerciali con partner poco onesti e si è messo da solo.
Ma, ripeto, era un genio.
Inviato: 6/12/2008 9:12  Aggiornato: 6/12/2008 9:12
Autore: fort

Troppo buono, Fulmini.
Ma, nei prossimi post, dopo una necessaria divagazione circa qualcosa di "sottile" che mi ha convinto a non dare anima e corpo solo alla Ditta, parlerò di qualche progetto andato a male per via di surpusi lobbystici al Parlamento Europeo.
Ciao ed un salutone.
P.S.: Tre di numero di bustine del tuo libro che mi ero tenuto per ricordo, le ha "pretese" una organizzatrice di fiere di collezionismo assidua frequentatrice da anni del nostro magazzino: ha confermato che è la prima volta in assoluto per un libro.
Le presenterà alla fiera di Siena ed a quella di Pordenone nei prossimi giorni e poi, naturalmente, a quelle internazionali.
Fossi in te me ne conserverei un pò che, forse, ti chiameranno i collezionisti i quali, pur di avere una bustina particolare, le pensano tutte.
Inviato: 3/1/2009 12:55  Aggiornato: 3/1/2009 12:55
Autore: ioJulia

Ciao. Finalmente è tutto chiaro... Non ti sei arreso e hai raggiunto lo scopo... Non è da tutti.
Complimenti Fort

Julia