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prove di discussione : Qual è il peccato capitale?
di fulmini , Thu 18 December 2008 7:00
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Luis Razeto, in un suo recente commento, ha scritto che “il peccato maggiore (capitale) è quello di essere inferiori a noi stessi”. Sono d’accordo. Come Palomar in gioventù, anche Fulmini da vecchio cerca “sempre di fare qualcosa un po’ al di là dei propri mezzi”. Lo so, fare al di qua dei propri mezzi, essere inferiori a noi stessi, è la norma.
Ammetto di essere anormale. Come Platone, che scrive nel Teeteto: "bisogna rendersi simili a Dio secondo le proprie possibilità; e rendersi simili a Dio significa diventare giusti e santi, e insieme sapienti". E tu?

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Commenti
Inviato: 18/12/2008 9:01  Aggiornato: 18/12/2008 9:01
Ho, di recente, confermato - rubando ad altri l'originalità dell'assunto -. che "la modestia é l'anticamera dell'imbecillità!"
So di sapere, q.b., e di essere nel giusto; la santità non mi interessa, più di tanto e, poi, le cose facili le lascio agli altri che non la pensano come me.
Inviato: 18/12/2008 12:16  Aggiornato: 18/12/2008 12:16
Autore: baotzebao

sapere qualcosa e non cercare di metterla in pratica al momento giusto, non andare a trovare un amico/a che vorresti TI venisse a trovare, compiangere sè stessi se non si è abbastanza riconosciuti per il proprio valore... Questi tre, rovesciando il primo detto di Confucio come viatico all'uomo nobile, mi sembrano essere le tre modalità del peggior peccato secondo me: la disAttenzione Saluti da BAO
Inviato: 18/12/2008 15:01  Aggiornato: 18/12/2008 15:01
peccare presuppone una fede. chi non ha fede non può peccare. tutt'al più può sbagliare. allo sbaglio, spesso, si può rimediare.in conclusione,io penso che lo sbaglio più grande sia non porre rimedio agli sbagli rimediabili.
per quelli irrimediabili...c'è dio!
baci, bok.
Inviato: 18/12/2008 18:55  Aggiornato: 18/12/2008 18:55
Autore: fulmini

@ Anonimo Superbo

Cosa penso pensando quello che scrivi? Che per non essere inferiori a se stessi bisogna conoscersi. Solo conoscendosi (relativamente, certo) di può evitare, volendo, di non essere inferiori a ciò che si può essere, e fare passi appena più lunghi della propria gamba. Appena. Per non 'spaccarsi'.
Inviato: 18/12/2008 19:01  Aggiornato: 18/12/2008 19:10
Autore: fulmini

@ baotzebao

Sì, la disattenzione è un peccato capitale. L'arte dell'attenzione è una delle qualità che più mi attraggono verso altri esseri umani. Gesù, per esempio, uomo esemplare, amo definirlo Maestro dell'Attenzione. Ogni volta che rileggo il passo dei Vangeli canonici dove entra in campo l'Emorroissa mi commuovo. Gesù è pressato da tutte le parti, spinto, toccato, strattonato e riconosce il tocco lieve della mano di questa donna. Che non avrebbe mai potuto toccare questi ultimi Papi in plexiglas.
Inviato: 18/12/2008 19:06  Aggiornato: 18/12/2008 19:06
Autore: AlfaZita

Carissimi Luis e Pasquale,
al tempo di Platone gli Dei dell’Olimpo erano molti e vari, e trovare la propria misura a partire da un Dio era semplice. Poi, si sa, l’uomo giustifica le proprie debolezze, aggiusta un po’ le cose e cerca di stare in tutte le scatole. Ma con un Dio unico e onnipotente modello della vita e della morte, le cose si fanno seriamente difficili. Forse per questo si cercano modelli da imitare al di fuori del modello divino.
Ed io?
La brevità della vita mi spinge su un frammento del piano, dove la sicurezza della morte mi colloca sul liminare, con alle spalle l’incompiuto: dunque cerco di capire di più per andare oltre.
Inviato: 18/12/2008 19:06  Aggiornato: 18/12/2008 19:06
Autore: fulmini

@ bok

Insomma per te il peccato capitale è non rimediare al rimediabile. Bene. Occorre però porsi la domanda su come distinguere ciò che è rimediabile da ciò che è irrimediabile. Avanza un criterio utile, prego.
Inviato: 18/12/2008 19:45  Aggiornato: 18/12/2008 19:45
conosci i tuoi sbagli, analizzali e poni rimedio a tutti quelli per i quali riesci a trovarlo. se tu non ci riesci e neanche, qualora interpellate, le migliori scienze possibili allo stato dell'essere, allora, quelli saranno sbagli irrimediati. ciò che sarà domani, solo il tu(l'io)di domani saprà.sempre se io domani sarà.
baci,bok.
Inviato: 18/12/2008 19:52  Aggiornato: 18/12/2008 19:52
no, fulmini, non è il peccato capitale, è uno sbaglio.come tale inficia il risultato, che, però, non è determinato solo da sbagli.
bok.
Inviato: 19/12/2008 22:12  Aggiornato: 19/12/2008 22:12
Luis, prima di arrivare a quella conclusione, ultima frase del commento, aveva parlato dell’umiltà, ma “non come viene solitamente intesa”. Peccato non avesse esplicitato come andrebbe intesa, cosa che si evinceva dal seguito di quel commento.
Appunto l’umiltà: è, secondo me la condizione per non essere inferiori a se stessi.
Avete mai visto un superbo riuscire a migliorarsi? impossibile per definizione.
Per età e per mestiere ho imparato che scorazzare un superbo è facile, ma quando ho di fronte un umile, “come andrebbe inteso”, so che ogni volta mi sorprenderà con delle novità e confrontarmi diventa stimolante.
Petilino
Inviato: 19/12/2008 22:32  Aggiornato: 19/12/2008 22:32
Anche io sono d'accordo.
Sfortunatamente non ci si conosce mai abbastanza.
Io ho imparato, pagando molto salato di queste lezioni, che per conoscersi bisogna vivere: non aspettare che le esperienze di vita ci caschino addosso bensì "andarsele a cercare".
Rido quando sento qualche, a mio avviso sprovveduto, asserire che conosce se stesso: come fa a dirlo? Come reagirebbe a fronte di un evento mai successogli?
Luis Razeto, nel commento citato da Fulmini, non fa altro che invitare a vivere intensamente, credo, perché solo così si avanza nella propria conoscenza.
A questo punto, vivere al di sotto di quel che si potrebbe fare, che si è conosciuto di noi, è veramente un errore gravissimo, imperdonabile, a mio modestissimo parere, una vita sprecata. Spreco che avremo modo, sempre a mio modestissimo parere, di rimpiangere in altri tempi ed altri luoghi.
E' un errore che rimarca anche Gesù nella parabola dei talenti nella quale viene punito chi li sotterra, non li investe per paura di perderli e viene premiato chi ha vissuto per raddoppiarli.
Un salutone.
Fort
Inviato: 20/12/2008 19:31  Aggiornato: 20/12/2008 19:31
Autore: fulmini

@ Petilino

Sono d'accordo con quanto scrivi, che penserò ancora, per meglio capirlo, nel seguito delle prossime ore, dei prossimi giorni, fino a spremerlo come un limone.

Vorrei aggiungere due parole su una distinzione che ritengo importante per procedere ancora oltre. Perché 'superbia' è una parola ambigua. Hitler era superbo. Beethoven era superbo. Come uscire dall'ambiguità?

Distinguendo due tipi di superbia.

Un primo tipo di superbia può essere definito come "una ipervalutazione della propria persona e delle proprie capacità, correlata ad un atteggiamento di superiorità verso gli individui considerati inferiori’. Questa è la superbia intesa come vizio. Il vizio di Hitler, per intenderci.

Un secondo tipo di superbia può essere definito come una alta considerazione di sè al punto di aspirare ad essere “perfetto come perfetto è il Padre celeste” (Gesù di Nazareth). Questa è la superbia come virtù, virtù degli eroi. La virtù di Beethoven, per intenderci.
Inviato: 20/12/2008 19:44  Aggiornato: 21/12/2008 0:51
Autore: fulmini

@ Fort

Sì, Fort, conoscere se stessi è un processo interminabile, poichè continuamente ci trasformiamo. Però. Però vorrei farti osservare che se la conoscenza di se stessi si svolge secondo un progetto che produce una determinata trasformazione attiva, beh, allora le cose (in parte) cambiano.

Prendiamo Shakespeare. Ieri Alexandra ed io siamo andati a vedere-ascoltare, al teatro Valle di Roma, un seminario sull'Amleto, condotto da uno psicofisiologo, Vezio Ruggeri, e composto da sue analisi di certe parti del testo e da messe in scena con attori dilettanti-professionisti di quelle stesse parti del testo.

Bene. Cosa veniva fuori? Che Shakespeare si conosceva bene, non solo, ma anche che, scrivendo quel testo, si era trasformato secondo un progetto consapevole, e meglio ancora si era potuto conseguentemente conoscere. Per dirla con le parole di un suo contemporaneo (che ha fatto anche lui una cosa del genere), Michel Montaigne: "Non sono tanto io che ho scritto questo libro [gli Essays, i Saggi], quanto questo libro che ha scritto me."
Inviato: 21/12/2008 0:37  Aggiornato: 21/12/2008 0:49
Molto interessante che in questi commenti compaiano, da un lato, i vizi o le virtù della superbia e l'umiltà (vizi o virtù a seconda di come vengano intese), e dall'altro lato, la questione della conoscenza di sè stessi.
Di fatto, penso che oltre l'uso e le definizioni della superbia e l'umiltà, e la loro qualificazione come vizi o come virtu, ciò che importa per crescere e diventare nella misura del possibile superiori a sè stessi, è:
1. Essere consapevole del proprio valore e capacità;
2. Essere consapevole delle proprie limitazioni;
3. Essere consapevole delle proprie potenzialità.
Luis Razeto