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economia di solidarietà : Può una politica keynesiana servire a superare la grande crisi attuale?
di luisrazeto , Thu 30 October 2008 7:00
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Il testo viene pubblicato in italiano e in spagnolo, lingua nella quale è stato pensato e scritto da Luis Razeto, ed è nato come risposta alla domanda di un coautore.

Nella sua rubrica ‘vademecum per nuovi giunti’ Tonio mi chiede cosa penso riguardo la sua convinzione che una applicazione “forte” di una politica keynesiana ci farà uscire dall’attuale crisi. Si dichiara "keynesiano convinto”, e afferma che “il New Deal sia in America che in Europa ha prodotto dei decenni di benessere”: “occupazione e livello di vita elevatissimi per generazioni, case confortevoli, buone scuole e università, parchi pubblici ben tenuti, una vecchiaia dignitosa per tutti, teatri, fiorire della cultura, città pulite, crollo verticale della criminalità. E la costosità di tali programmi non costrinse affatto a rinunciare all'espansione e all’ammodernamento delle nazioni interessate”. Egli aggiunge che "il trentennio dopo la seconda guerra mondiale è riconosciuto da tutti come il periodo aureo del capitalismo, con tassi di crescita e prodotto pro capite più che doppi rispetto a questi tempi".

Nel dire questo, Tonio sta semplicemente esprimendo una convinzione ormai diffusa, che spiega anche perché quasi tutti oggi tendono a pensare che per uscire dalla crisi sono necessarie politiche keynesiane: più Stato, più credito, più emissione monetaria, più regolazioni.
Si sa che la storia è interpretata dai vincitori, ma non per ciò l'interpretazione risulta scientificamente rigorosa e vera.

Alle credenze sul keynesismo diffuse e proclamate negli ultimi sei decenni del secolo scorso, dobbiamo fare alcune importanti correzioni:

1. Il New Deal applicato da Roosevelt tra il 1933 e il 1937 (che consiste fondamentalmente in un grande intervento statale nel mercato, e una consistente promozione del consumo mediante l'emissione di moneta), lungi dal salvare il mondo dalla grande depressione - come si crede - in realtà fece in modo che la crisi si prolungasse durante l’intero decennio, quasi in tutto il mondo, e fino all'inizio della guerra.

2. L'impressionante boom economico che si osserva dopo la Seconda Guerra Mondiale è spiegabile con il keynesismo?
La risposta che possiamo dare partendo dalla Teoria Economica Comprensiva, che esamina i processi economici nel loro contesto storico, politico e culturale, è negativa. Il cosiddetto keynesismo è stata la causa della notevole distribuzione della ricchezza, che ha generato una più equa e più democratica conformazione del mercato determinato, ma non è stato causa rilevante della crescita economica né della generazione di ricchezza.
C'è un fatto gigantesco, che però resta piuttosto nascosto per motivi ideologici: la guerra e la economia di guerra sono all'origine dell'impressionante boom economico del dopoguerra.
Infatti, la guerra ha posto le basi tecnologiche, sociali, istituzionali, politiche e demografiche della grande spinta che ha mosso l'economia nei successivi trenta anni.
Vanno sottolineati in particolare i seguenti 7 impatti della guerra, ognuno di essi condizionanti del boom economico successivo:
a) La guerra generò notevoli innovazioni tecnologiche (nei settori dell'energia, delle comunicazioni, la navigazione e il trasporto via terra, l'aviazione, opere di ingegneria civile, ingegneria industriale, automazione, elettronica, chimica, medicina, la produzione di alimenti, ecc.) che poi, applicati alla produzione e all'economia civile, spinsero l'innovazione produttiva e produssero una incredibile espansione della produttività.
b) Produsse un grande accumulo di capitale, in gran parte concentrato nelle mani dello Stato, che gli consentirono di essere un attore decisivo nella industrializzazione, urbanizzazione, tecnologia, istruzione, sanità, ecc. durante i seguenti 30 anni del dopoguerra.
c) Diede luogo ad una efficiente e disciplinata classe operaia, che era necessaria per lo sviluppo industriale.
d) Permise di ottenere una sorprendente disciplina sociale, che ha agevolato la creazione di istituzioni chiave per lo sviluppo.
e) Concesse legittimità allo Stato per attuare politiche fiscali (imposte più elevate) e distributive (stato sociale), che gli hanno consentito di mantenere lo stato come il principale operatore economico per decenni.
f) Creò le condizioni per mobilitare risorse naturali, sociali e demografiche in vista della realizzazione di grandi progetti nazionali.
g) Istituì e consolidò una divisione internazionale del mercato (con estremamente disuguali termini di commercio), che ha portato ad un sistematico trasferimento di risorse verso gli Stati Uniti e Europa, dall’America Latina, Asia, Africa e il resto del mondo, che sono rimasti nel sottosviluppo (nonostante siano state applicate anche in essi le politiche keynesiane).
A tutto ciò dobbiamo aggiungere un'altra condizione, che non è stata effetto della guerra, ma che ha avuto un impatto significativo sulla crescita economica nella seconda metà del secolo scorso: la drammatica espansione della disponibilità di energia a prezzi bassi, in particolare il petrolio.

3. In tal modo - come effetto immediato della guerra e come attore in grado di sfruttare le opportunità create da essa – lo Stato ha potuto essere e in realtà è stato, nei paesi sviluppati, uno dei principali driver del boom economico durante il dopoguerra.
Il keynesismo fu la concezione economica che accompagnò per trenta anni detta crescita economica, e il suo merito principale è stato quello di rendere la ricchezza distribuita più equamente nella società, attraverso politiche sociali e di benessere.
Ma politiche monetarie neo-keynesiane irresponsabili, un eccesso di regolamentazioni statali, tasse troppo alte, e una grande pressione politica e sociale tese a fare che lo Stato assolvesse a tutte le necessità collettive e / o le domande corporative atte a conquistare una certa notorietà, hanno portato a che in soli 30 - 35 anni, la dinamica economica si indebolisse, la moneta si degradasse, e si ripresentasse la crisi alla fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta.
(Che cosa è accaduto dopo, a partire degli anni ottanta e presieduto dal pensiero neo-liberale, lo abbiamo discusso in precedenti testi, e non è il caso di esaminarlo ora, perché qui siamo solo interessati a rispondere alla domanda del titolo di questo post. )

Cosa rimane delle 7 condizioni del boom, generati durante la guerra? In verità, lo Stato sembra averle sperperate.

4. Le politiche keynesiane non possono più essere utili ad affrontare la crisi attuale. Ciò, nel breve termine, perché non potranno avere neanche il limitato effetto positivo che ebbe il New Deal negli anni Trenta. Infatti, anche ammettendo che sotto quelle condizioni le misure attuate dal New Deal sono state ragionevoli, non lo sono oggi perché non sono presenti ormai le condizioni in cui è stato eseguito il New Deal:
C’era un evidente subconsumo, oggi veniamo da un notevole consumismo. Il denaro era scarso a causa degli elevati tassi d'interesse; oggi abbonda la emissione di denaro, con tassi di interesse molto bassi per periodi molto lunghi. Esisteva il gold standard e la convertibilità in oro che dava sostegno eccessivo al denaro, che invece oggi viene creato "ex nulla", essendo il suo sostegno soltanto il "credito". A quel tempo è stato molto premiato il risparmio, ora e per un lungo periodo di tempo, i risparmi sono puniti con l'inflazione e bassi tassi d'interesse.
Per quanto riguarda il medio e lungo termine, non si vede lo Stato come un attore che può portare al recupero e un nuovo boom economico, in quanto:
a) Non sembra lo Stato essere in grado di generare dinamiche forti di innovazione tecnologica.
b) Lungi dall'avere accumulato abbondanti capitali, la maggior parte degli Stati mostrano un disavanzo elevato.
c) Non sembrano in grado di disciplinare e motivare la classe operaia in un grande sforzo di lavorare per scopi di sviluppo nazionale.
d) Le istituzioni pubbliche sono deboli, spesso anche eticamente corrotte, e hanno poca capacità di entusiasmare il popolo dietro grandi progetti nazionali.
e) L'eccessivo sfruttamento delle risorse naturali pone molti limiti (anche culturali) alla mobilitazione di risorse per la crescita, tenuto conto del problema ambientale e dell'ecologia.
f) L'emergere di grandi paesi che erano nel sottosviluppo, limita oggi il facile trasferimento delle loro risorse verso i paesi avanzati.
g) La disponibilità di energia a basso costo è seriamente minacciata.

Nessuna di queste condizioni, che nel dopoguerra hanno reso possibile allo Stato di alzarsi come il grande agente dello sviluppo, possono ora essere attivate da un nuovo conflitto militare. Al contrario, per motivi che non è il caso di esporre in questa occasione, dalla guerra non ci si può aspettare oggi altro che l'accelerazione della distruzione di ricchezza e il declino economico, sociale e culturale.

La Teoria Economica Comprensiva scopre invece un grande potenziale in una nuova e profondamente rinnovata e dinamica economia di solidarietà e lavoro.

*

¿Puede una política keynesiana servir para superar la gran crisis actual?

En su rubrica Vademecum per Nuovi Giunti, Tonio me pregunta qué pienso respecto a su convicción de que una aplicación fuerte de la política keynesiana nos hará superar la actual crisis. Se declara “keynesiano convencido”, y afirma que el New Deal tanto en América como en Europa produjo decenios de bienestar: ocupación y nivel de vida elevadísimo por generaciones, casas confortables, buenas escuelas y universidades, parques públicos bien mantenidos, una vejez digna para todos, teatros, florecer de la cultura, ciudades limpias, caída vertical de la criminalidad. Y los costos de tales programas no obligaron en absoluto a renunciar a la expansión y a la modernización de las naciones interesadas. Y agrega que “el treintenio después de la segunda guerra mundial es reconocido por todos como el período áureo del capitalismo, con tasas de crecimiento y producto per capita más del doble respecto a estos tiempos actuales”.
Al decir lo anterior, Antonio no hace más que expresar creencias actualmente muy difundidas, que explican también por qué casi todos tienden hoy a pensar que para salir de esta crisis se requieren políticas keynesianas: más Estado, más crédito, más emisión monetaria, más regulaciones.
Es sabido que la historia la interpretan los vencedores; pero no por ello la interpretación resulta científicamente rigurosa y verdadera.
A las creencias sobre el keynesianismo difundidas y proclamadas durante las seis últimas décadas del siglo pasado hay que hacerles algunas correcciones importantes:

1. El New Deal aplicado por Roosevelt entre 1933 y 1937 (consistente básicamente en un gran intervencionismo del Estado en el mercado, y un consistente fomento del consumo mediante la emisión monetaria), lejos de salvar al mundo de la gran depresión como se cree, en realidad hizo que la crisis se prolongara durante una década completa, prácticamente en todo el mundo, hasta el comienzo de la guerra.

2. El impresionante auge económico que se observa después de la segunda guerra mundial ¿es explicable por el keynesianismo?
La respuesta que podemos dar desde la Teoría Económica Comprensiva –que comprende los procesos económicos en su contexto histórico, político y cultural- es negativa. El llamado keynesianismo fue causa de la notable distribución de la riqueza, que generó un mercado más equitativo y en cierto modo más democrático; pero no fue causa relevante del crecimiento económico ni de la generación de riqueza.
Hay un hecho de dimensiones gigantescas pero que permanece bastante oculto por razones ideológicas: la guerra y la economía de guerra están al origen del impresionante auge económico de la postguerra.
En efecto, la guerra puso las bases tecnológicas, sociales, institucionales, políticas y demográficas que explican el gran impulso que experimentó la economía durante los treinta años siguientes.
Destacan, en particular, los siguientes 7 impactos de la guerra, cada uno de ellos condicionantes del auge económico posterior:
a) La guerra generó innovaciones tecnológicas impresionantes (en los rubros energético, de las comunicaciones, el transporte marítimo y terrestre, la aviación, la ingeniería de obras civiles, la ingeniería industrial, la automatización, la electrónica, la industria química, la medicina, la producción de alimentos, etc.) que, después, aplicadas en la producción y la economía civil, impulsaron la innovación productiva y una increíble expansión de la productividad.
b) Produjo una gran acumulación de capital, concentrado en gran medida en manos del Estado, que permitió que éste fuese un actor decisivo en la industrialización, la urbanización, la tecnología, la educación, la salud, etc. durante los siguientes 30 años de la postguerra.
c) Dio lugar a una clase trabajadora disciplinada y eficiente, que era necesaria para el desarrollo industrial.
d) Permitió que se alcanzara una sorprendente disciplina social, que facilitó el establecimiento de instituciones fundamentales para el desarrollo.
e) Dio legitimidad al Estado para implementar políticas fiscales (elevados impuestos) y distributivas (estado de bienestar) que le permitieron mantener al Estado como agente económico principal durante décadas.
f) Generó condiciones para la movilización de recursos naturales, sociales y demográficos en vistas de la realización de proyectos nacionales de envergadura.
g) Estableció y consolidó una división internacional del mercado (con términos de intercambio extremadamente desiguales), que generó una sistemática transferencia de recursos hacia Estados Unidos y Europa, desde América Latina, Asia, Africa y todo el resto del mundo que permanecieron en el subdesarrollo (no obstante que también allí se aplicaron las políticas keynesianas).
A lo anterior hay que agregar otro condicionante, que no fue efecto de la guerra pero que incidió notablemente en el crecimiento económico durante la segunda mitad del siglo pasado: la impresionante expansión de la disponibilidad de energía de bajo costo, especialmente proveniente de los hidrocarburos.

3. De este modo - como efecto inmediato de la guerra y como actor capaz de aprovechar las oportunidades creadas durante aquella - el Estado pudo ser y de hecho fue, en los países desarrollados, un gran impulsor del auge económico durante la postguerra.
El keynesianismo fue la concepción económica que acompañó durante treinta años dicho auge económico, y su principal mérito fue hacer que la riqueza se distribuyera de manera más equitativa en la sociedad, a través de políticas sociales y de bienestar.
Pero políticas neo-keynesianas irresponsables en el plano monetario, un exceso de regulaciones estatales, impuestos demasiado elevados, y una gran presión social y política para que el Estado se hiciera cargo de cuanta necesidad colectiva y/o demanda corporativa alcanzara cierta notoriedad, condujeron a que en sólo 30 - 35 años, el impulso económico se debilitara, la moneda se envileciera, y la crisis volviera a producirse a fines de la década de los setenta y comienzos de los ochenta.
(Lo ocurrido después, a partir de los años ochenta y presidido por el pensamiento neoliberal, lo hemos analizado en textos anteriores a éste, y no es el caso abordarlo aquí, pues aquí sólo nos interesa responder a la pregunta del título de este post.)
¿Qué queda de los 7 condicionantes del auge, generados durante la guerra? En verdad, el Estado parece haberlos dilapidado.

4. Las políticas keynesianas no pueden ya ser útiles para enfrentar la actual crisis.
Ello, en el corto plazo, porque no podrían tener siquiera los reducidos efectos positivos que tuvo el New Deal en los años treinta frente a la crisis. En efecto, si hubiera que reconocer que en las condiciones de entonces las medidas aplicadas por el New Deal eran razonables, ya no lo son actualmente. En efecto, las condiciones en que se aplicó el New Deal eran muy diferentes a las actuales. Había entonces un evidente subconsumo, hoy venimos de un notable consumismo. Escaseaba el dinero, por las elevadas tasas de interés; hoy abunda la emisión monetaria, con tasas de interés muy bajas durante períodos muy prolongados. Regía el patrón oro y la convertibilidad en oro que daban un excesivo respaldo al dinero; actualmente el dinero se crea “ex nulla”, o su respaldo es solamente el “crédito”. En ese tiempo era altamente premiado el ahorro; actualmente y desde hace mucho tiempo el ahorro es castigado por la inflación y las bajas tasas de interés.
En cuanto al mediano y largo plazo, no vemos al Estado como actor que pueda encabezar la recuperación y un nuevo auge económico, porque:
a) No parece capaz de generar dinámicas de innovación tecnológica consistentes.
b) Lejos de disponer de abundante capital acumulado, la mayoría de los Estados experimenta déficits elevados.
c) No parece capaz de disciplinar y motivar a la clase trabajadora en un gran esfuerzo de trabajo con fines de desarrollo nacional.
d) Las instituciones públicas se encuentran debilitadas, incluso a menudo éticamente corrompidas, y cuentan con escasa capacidad de entusiasmar en torno a proyectos nacionales.
e) La sobreexplotación de muchos recursos naturales pone límites (incluso culturales) al crecimiento por su incidencia en el medio ambiente y la ecología.
f) La emergencia de grandes sociedades que estaban sumidas en el subdesarrollo pone límites a la transferencia fácil de recursos hacia los países avanzados.
g) La disponibilidad de energías de bajo costo se encuentra seriamente amenazada.

Ninguna de estas condiciones que en la postguerra hicieron posible que el Estado se alzara como el gran agente del desarrollo pueden, hoy, ser activadas mediante un nuevo conflicto bélico. Al contrario, por razones que no es del caso exponer en esta ocasión, de la guerra no puede hoy esperarse sino la aceleración de la descomposición y la decadencia económica, social y cultural.

La teoría económica comprensiva descubre grandes potencialidades en una nueva y profundamente renovada y dinámica economía de solidaridad y trabajo.

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Commenti
Inviato: 30/10/2008 15:57  Aggiornato: 30/10/2008 16:00
Autore: fulmini

Luis,

la tua ricostruzione storico-teorica del New Deal, e la critica radicale di una risoluzione neo-keynesiana della crisi finanziaria globale presente, delineano uno scenario storico-politico drammatico.

Di fronte alla crisi del 1929 "tre erano le opzioni in campo per l'egemonia culturale e politica" - ha scritto Erich Hobsbawm nel suo gran libro di storia del Novecento Il Secolo breve: "Una era il comunismo marxista [...] La seconda era costituita da un capitalismo sfrondato dalla fiducia nella superiorità ottimale del libero mercato e riformato attraverso una sorta di matrimonio o di legame permanente con la socialdemocrazia moderata e con la sinistra non comunista [...} La terza era il fascismo, che la crisi trasformò in un movimento mondiale."

Di fronte a questa crisi del 2008, quali sono secondo te le opzioni in campo?
Inviato: 30/10/2008 16:30  Aggiornato: 30/10/2008 16:30
Il lungo articolo di Luis Razeto, naturalmente, non può inquadrare la teoria di Keynes e le applicazioni che sono state operate nelle economie sviluppate e all'interno di queste dai singoli paesi. Altro spazio occorrerebbe. Però l'articolo si muove lungo questa contraddizione. La teoria di Keynes era incentrata sul ruolo dello Stato nel sostenere la domanda aggregata come strumento per favorire la fuoriuscita dell'economia da una situazione di depressione. Era quindi prevista in un'ottica di breve periodo che considerava date le risorse produttive. Keynes prevedeva l'intervento dello Stato solo quando il ciclo produttivo si arrestava,(calo del reddito, incremento della disoccupazione ecc.)a fine di farlo ripartire attraverso la spesa pubblica.
Nel dopoguerra le politiche economiche seguite dai vari Stati si discostano da questo quadro in due direzioni.Ecco l'errore di confondere teoria e sua applicazione storica. La prima riguarda il diffondersi di quello che nella teoria viene definito "Keynesismo della crescita"; utilizzare l'intervento statale e la spesa pubblica come strumento per sostenere lo sviluppo economico e non solo per curare le depressioni economiche. La seconda direzione riguarda l'uso della spesa pubblica come strumento per accrescere il consenso sociale attraverso la diffusioni di programmi del welfare.
Nello studio delle applicazioni della teoria Keynesiana nei vari paesi, le politiche di sostegno della domamda aggregata, contrappongono un modello di "keynesismo debole" ad un "Keynesismo forte" . Nel primo l'intervento pubblico resta più vicino all'originaria visione di Keynes atraverso la politica fiscale monetaria e quella della spesa pubblica in deficit, al fine di stabilizzare il ciclo economico sostenendo la domanda nei periodi di recessione e raffreddandola in quelli di pieno utilizzo dei fattori produttivi.
Il secondo invece è caratterizzato da un impegno più vincolante sul terreno della difesa della piena occupazione e della crescita economica in modo da poter finanziare un incremento della spesa sociale. Caso quest'ultimo che ha caratterizzato lo Sviluppo della Svezia e dei paesi scandinavi. Sono questi i due idealtipi che hanno caratterizzato molte economie europpe fino agli anni'70. Ecco perchè concettualmente non bisogna confondere Il Keynes della Teoria Generale dalle applicazioni storiche che ne sono state date. Infine, non si può attribuire l'ordinamento uscito da Bretton Woods, con il ruolo centrale rivestito dal dollaro a sua volta legato all'oro come valuta di riserva convertibile a Keynes. Allora passò l'impostazione americana, mentre Keynes sosteneva IL ruolo del Fondo monetario internazionale con una valuta unica rappresentata dai Diritti Speciali di Prelievo.La teoria economica istituzionale supera l'approccio economicistico e ci permette di comprendere le differenze che si sono verificate storicamente nei differenti paesi. Ma Luis richiama anche l'applicazione di politiche keynesiane nei paesi latino-americani. Questo mi incuriosisce, in quanto Paesi con Stati autoritari (mi riferisco al recente passato) e con scarsa organizzazione e ruolo della società civile. Sarei interessato a conoscere come si è affermato Lo Stato sociale sotto i regimi di Pinochet o di Videla o in Venezuela, Messico ecc.
Mario Pennetta
Inviato: 30/10/2008 20:40  Aggiornato: 30/10/2008 21:29
Mario,
ti ringrazio per il commento. Le distinzioni che fai tra la teoria di Keynes e le politiche keynesiane, e in queste, fra il keynesismo di crescita e il keynesismo di breve termine come risposta a una crisi, e fra il keynesismo forte e quello debole, sono certamente giuste e contribuiscono ad una migliore comprensione della questione. Il mio post non intende affrontare la questione accademica ma rispondere ad una domanda precisa posta da Tonio (che fa riferimento al New Deal e al keynesismo come politica), e sopratutto affrontare criticamente l'idea che da questa attuale crisi si possa uscire con piú intervento dello Stato, piú regolazioni, piú emissione monetaria (che coinvolgono le diverse espressioni del keynesismo come oggi viene generalmente inteso).
Riguardo alla tua domanda sul keynesismo in America Latina, se leggi bene, io mi riferisco ai trentanni seguenti la guerra (periodo decisamente "keynesiano" nella maggior parte dei paesi latinoamericani), e non al periodo a cui fai riferimento, che in America Latina è fortemente segnato dal neoliberismo.
Luis Razeto
Inviato: 30/10/2008 20:54  Aggiornato: 30/10/2008 21:30
Carissimo fulmini,
quanto sei bravo a impostare le grandi questioni!
Dammi peró tempo per organizzare alcune idee che ho in mente, perché vorrei essere all'altezza della domanda.
Luis Razeto
Inviato: 31/10/2008 16:44  Aggiornato: 31/10/2008 16:44
provo
Inviato: 3/11/2008 8:58  Aggiornato: 5/1/2009 8:42
Autore: fulmini

La domanda che mi pone Fulmini in un commento al mio precedente post è tanto importante quanto difficile da affrontare. Di fronte a questa crisi del 2008, quali sono le opzioni in campo? Questo post vuole avviare una ricerca di risposta.

Ad un primo livello di analisi, si presenta una questione fondamentale dalla quale dipendono molte altre - è perciò opportuno riferirsi ad essa in primo luogo. È la questione delle possibili "dimensioni" geo-politico-economiche del nuovo ordine mondiale.

Una prima opzione potremmo chiamarla "mondializzazione economica e politica", che implica andare avanti nella direzione di una globalizzazione forte e accentuata, che potrebbe manifestarsi in una serie di processi dei quali i più rilevanti sarebbero:

La creazione di una moneta unica a livello mondiale (in sostituzione del dollaro, l'euro, lo yen e tutte le monete nazionali).
b) La implementazione di una istituzionalità economica che fissi regolazioni finanziarie, commerciali, fiscali, energetiche, ambientali, del lavoro, giuridiche e anche militari, che debbano reggere, disciplinare ed essere eseguite in tutte le nazioni del mondo (con la sola eccezione di quei paesi che vogliano sovranamente restare fuori del sistema e che resterebbero politicamente ed economicamente isolati).
c) Questo scenario comporta una drastica riduzione del potere degli Stati nazionali, che tra molte altre funzioni che possiedono attualmente perderebbero la capacità di porre restrizioni al libero scambio.

Una seconda opzione potrebbe chiamarsi "regionalizzazione economico-politica", che significherebbe il sorgere di grandi regioni economiche le quali accentuino la competizione fra di loro per il controllo dei mercati (e le risorse chiave) del mondo, e per il dominio e l’egemonia politica internazionale.

In questo scenario, si può visualizzare la formazione e il successivo confronto tra le principali regioni geografiche, economicamente e politicamente configurate, e cioè il Nord America, l'Unione Europea e un Blocco Asiatico.

Ciascuna di queste potenze avrebbe una propria moneta e sistema finanziario, fisserebbe le proprie regolamentazioni, includenti un forte protezionismo dei propri mercati e frontiere economiche, e sarebbero in acuta competizione per le risorse e mercati delle aree che probabilmente resteranno fuori di tali regioni, come ad esempio America Latina, Russia, i paesi del petrolio, ecc.

Una terza opzione sarebbe il prevalere degli statalismi nazionalisti, con il mantenimento delle monete nazionali, l'aumento delle politiche protezionistiche, la espanzione delle restrizioni in materia di libero scambio, lo Stato assumendo crescente responsabilità e funzioni, e probabilmente dando luogo ad una recrudescenza dei conflitti e le guerre tra i paesi.

Formulare questi tre scenari è in realtà un esercizio intellettuale minore. È anche facile immaginare che le tre opzioni avranno i loro promotori e conducenti, di modo che per un certo periodo di tempo vedremo e potremo seguire il dibattito e il confronto tra queste tre opzioni. Ciò che è veramente complesso e che pone una sfida intellettuale maggiore, lo possiamo distinguere in due aspetti.

Il primo è quello di prevedere il corso degli accadimenti, individuare i soggetti (anche nazioni) che si schiereranno in favore di ciascuna opzione, visualizzare il rapporto di forze che si manifesterà tra di loro, e anticipare il risultato storico-politico del confronto (che è ovviamente teorico e pratico).

Il secondo, certamente diverso dal precedente - sebbene il pensiero ideologico spesso tende a confondere - è individuare quale delle opzioni è la migliore o la più conveniente e opportuna per superare l'attuale crisi e raggiungere un futuro migliore per la l'umanità.

Ho le mie risposte e preferenze di fronte a queste due importanti questioni che ho sollevato, ma siccome ho su di loro un livello significativo di incertezza, e trascorrerà un po' di tempo prima che questi processi e tendenze mettano in evidenza le reali risposte storiche e politiche, vorrei invitare coloro che siano interessati, a manifestare le proprie opinioni e punti di vista, sotto forma di commenti a questo post-commento.

Luis Razeto