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colonna sonora : 10 - La sacerdotessa del Rock
di Anonimo , Wed 15 October 2008 6:00
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Fino a questo momento abbiamo visto quasi sempre esempi di cantanti che scrivono la loro musica ma ci sono anche coloro che reinterpretano canzoni di altri e voci che ispirano la scrittura di musica. La canzone è un’alchimia strana e resta importante il modo in cui se ne prende possesso a come la si fa propria o la si “consuma”. Ricordo una lontana arguta argomentazione del prof. Massimo Cacciari sul perché della definizione di popolare per la musica.
rappresentazione di uno spazio teatrale con attore e pubblico su fondali reali, foto accartocciata e rosa
Composizione grafica di Mario DG – Spazio scenico: Omaggio a Erwin Piscator.

Per parlare di interpreti di canzoni di altri per la prima volta ci siamo affidati ad una donna. Una donna che in vari modi attraversa tutta la scena, anche temporale, di questa musica. Questa musica che non è solo semplicemente musica, dal beat degli anni sessanta, anzi già da prima, fin dal Rock and roll, cioè dagli anni cinquanta, dal primo dopoguerra, è modo di essere, mondo, appartenenza, sentire comune. Magari anche di questo aspetto ne riparliamo.

Solo una sacerdotessa del rock eccessivo e coraggioso come Marian Evelyn Gabriel (Marianne) Faithfull (Hampstead, 29 dicembre 1946) poteva permettersi grandi dischi seguiti da silenzi da sembrare interminabili. Solo lei, lei la vestale del rock, lei che sembrava lasciarsi cercare indifferente, lei figlia della baronessa Eva Erisso (ballerina e attrice proprio della corte di Bertolt Brecht e Kurt Weill) discendente diretta del Conte Leopold von Sacher-Masoch; solo lei, dicevamo, poteva uscire dopo tre anni di silenzio con un pezzo come Sex with strangers, dove, se vogliamo, gli estranei sono un manipolo di giovani talentuosi musicisti del circuito alternativo coinvolti nella sua ultima fatica Kissin' time; e la vecchia interprete ruggisce ancora. Questo e altro è permesso alla signora Marianne Faithfull, la diva, l'appassionata di Rimbaud e l'interprete, appunto, di Kurt Weill; la splendida sopravvissuta agli eccessi degli anni d'oro e d'inferno del rock, la donna passata sulle cronache di tutti i tabloid del mondo per essere stata la groupie amante (tra gli altri) di Mick Jagger, dunque, come vuole la letteratura, la sua dea.
Mica cosa da poco “fare sesso” con i giovanotti che potrebbero essere i propri figli (e metaforicamente lo sono): Beck, l'ex Smashing Pumpkins Billy Corgan, Damon Albarn dei Blu, Jarvis Cocker dei Pulp. Eppure c'era da aspettarselo: la grandezza di Marianne sta nell'essere stata sempre capace di vivere con aderenza invidiabile il tempo, seguirlo e modificarlo con il portamento di una diva, reinventarsi, scegliendo la crema dei musicisti di sempre, conducendoli per mano con la sua eleganza atemporale. Quel Kissin' time di Marianne (uscito il 4 marzo 2002) non è un capolavoro assoluto, ma è un graffio alla pochezza di tanta musica dei nostri giorni: un esempio di grandezza interpretativa (chi non è stato turbato dalla sua voce calda e inquieta che si muove sinuosa attraverso gli ultimi trent'anni di musica?), di fantasia e di languida verve compositiva.
Quando il cinema la cerca si fa trovare da grandi registi o interpreti. Lei ci passa attraverso come non fosse altro che vita. Come è passata attraverso il tunnel della droga; è lei Sister Morphina. Come ha attraversato la storia di questa musica lasciando in mille modi il suo segno; forse altrettanto distrattamente; sempre lei la voce (con Anita Pallenberg) dietro Sympathy for the Devil. Come ha continuato guardando un cancro diagnosticatole nel 2006; con la voce piegata e tormentata dal suo male di vivere e dal suo vizio. Esisterebbero il pop e il rock se, fin dagli inizi, non fossero esistite figure come lei? Certo sarebbero musica e mondo diversi. E’ la vita che la consuma e quel vivere la storia di quel mondo.
Certamente le sue cose migliori stanno da altre parti. Agli inizi o, in epoca più matura, in dischi come, ad esempio, Dreaming my Dreams del 1977 (dopo essere stata costretta a vivere in un tugurio a Chelsea senza acqua né elettricità) o Broken English del 1979. Il tempo è sempre un giudice molto severo. Qui torno indietro al 1996 per frugare in 20th Century Blues e scegliere, per oggi, la conosciutissima Pirate Jenny. Rimando magari ad altro post una riflessione più articolata sul tema ma comincio a chiedermi se le parole di Bertold Brecht e la musica di Kurt Weill (dei quali risentiremo parlare) sono localiste o universaliste, comunque questa Marianne Faithfull, che sputa in faccia come uno schiaffo e un rimprovero, a piena voce, le parole di Brecht è la stessa dolce e calda e delicata voce di ragazzina che rese famosa la “As Tears Go By” dei Rolling.


Testo con traduzione a fianco del brano

A chi ha avuto la pazienza e l’affetto di seguirci fino a questo punto regaliamo la splendida versione (Lampante) che Lella Costa dà nell’album “Danni collaterali” della canzone della cantautrice Ani DiFranco: Self Evident

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