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eyes wide open : Burn after reading: dalla tragedia alla farsa
di fabiobenincasa , Mon 22 September 2008 8:00
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NB
L’articolo parla del film Burn after reading dei fratelli Coen rivelando dettagli sulla trama. Se vi piacciono le sorprese leggetelo dopo la visione del film.

Poco tempo fa ho recensito il cosiddetto western crepuscolare che i Coen hanno confezionato con Non è un paese per vecchi. Il festival di Venezia è stato aperto dal loro nuovo film Burn after reading, cioè «bruciare dopo la lettura», dicitura che di solito compare sui documenti che devono rimanere segretissimi. Sono passati solo pochi mesi, ma già scommetto che molti fra spettatori e critici storceranno il naso davanti a questa commedia un po’ demenziale, con un Brad Pitt molto gigione e un George Clooney che si paluda da imbecille come ai tempi di Fratello dove sei.
Probabilmente quasi tutti diranno che i due fratelli si sono presa una vacanza dai temi «seri» e hanno fatto una passeggiata nei temi «comici». Invece, guardando il film, mi viene in mente la famosa frase di Marx che afferma come la storia si ripeta sempre due volte, la prima volta in tragedia e la seconda in farsa. Niente di più vero per il cinema dei Coen che spesso rivolta nel farsesco gli stessi temi trattati in maniera più spiccatamente malinconica.

Lo spunto farsesco del film è molto semplice: un burocrate della CIA alcolizzato e cornuto, John Malkovich, si mette in testa di scrivere le sue memorie alle quali però nessuno è interessato. Brad Pitt e Frances McDormand sono due stupidi istruttori di palestra che ritrovano le memorie e cercano goffamente di ricattarlo. Clooney è un agente dell’FBI casanova e paranoico che si porta a letto tutte le donne del film, dalla moglie di Malkovich a Frances McDormand, senza altri obiettivi che non siano il sesso o lo jogging. Ovviamente i personaggi finiscono tutti per rovinarsi vanamente la vita o addirittura per giocarsela. La CIA, organizzazione virtualmente onnipotente e onnisciente interviene solo a cose fatte, senza capirci nulla, decidendo di far sparire tutte le prove. Nessuno potrà mai ricostruire l’accaduto, nemmeno gli agenti segreti, ma loro non sono interessati a capire il mondo, solo a coprirlo.
Ritorna uno dei temi favoriti dei Coen: il balbettio folle della Storia alla quale gli uomini si affannano a voler attribuire un significato che forse non ha. L’agente segreto-burocrate di Malkovich scrive le sue memorie perché vuole riordinare il suo mondo, ma fallisce perché è stupido e circondato da stupidi e perché nessuno può sperare di dare senso al caos. La CIA interviene al massimo a spazzarlo sotto il tappeto. «Cosa abbiamo imparato da questa vicenda?» chiosa uno dei dirigenti del servizio segreto. «Nulla» si risponde da solo. Ecco riaffiorare la stessa malinconia che chiudeva Non è un paese per vecchi. Alcuni hanno sacrificato la vita per il proprio paese, altri per la gloria, altri per un’operazione di chirurgia plastica. Il tiro di testa o croce che chiamiamo storia ha risparmiato alcuni e premiato altri. La vicenda umana si snoda in una sola direzione e non si può rileggere più, come le carte che vengono bruciate dopo la lettura. Il senso del tutto continua a sfuggirci, mentre, in chiusura del film, lo sguardo della camera sale verso l’alto in stile google-earth fino a ricomporre i frammenti caotici dell’intero pianeta in una piccola cartina geografica.

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Commenti
Inviato: 22/9/2008 11:00  Aggiornato: 22/9/2008 22:43
Autore: fulmini

Caro Fabio,

il tuo post-recensione di oggi (che ho apprezzato molto, tanto vero che mentre lo leggevo mi è venuto in mente Ennio Flaiano sommo recensore cinematografico e in particolare il suo bel libro-raccolta di recensioni cinematografiche 'Lettere d'amore al cinema') ho provato a commentarlo da cineasta, associandogli una foto... omologa.

Vorrei farti osservare che tu parli di questo film dei fratelli Coen parlando in effetti della sceneggiatura del film, cioè di quella 'struttura che vuol essere un'altra struttura' (Pier Paolo Pasolini) che è una parte essenziale ma non decisiva del film.

Mi piacerebbe sapere cosa pensi tu del modo specifico in cui i fratelli Coen hanno tradotto la sceneggiatura in film - dello 'specifico filmico' insomma.
Inviato: 23/9/2008 1:08  Aggiornato: 23/9/2008 1:08
Autore: Sogni

Sono contento che ti sia piaciuta e il paragone con Flaiano vellica il mio robusto narcisismo. In realta' non sto parlando della sceneggiatura che e' formata da un concatenarsi di gag, basata per lo piu' su battute. L'intenzione era di dimostrare che c'era una connessione tematica fra questo film e quello precedente. Dal punto di vista dello specifico filmico senza offrire immagini si rischia sempre di essere imprecisi. In ogni caso la sequenza di apertura e chiusura, un vertiginoso zoom avanti e poi indietro appunto in stile google-earth, riassume benissimo il senso dell'operazione. I dettagli del mondo dei fratelli Coen si moltiplicano sotto la lente della camera turbinando senza trovare ordine. L'uso privilegiato del grandangolo contraddice (apparentemente) l'iperrealismo della fotografia, esattamente come in Non e' un paese per vecchi, lasciando emergere il grottesco e l'illogico dalle pieghe patinate dell'immagine. Poco e' affidato al montaggio che resta robustamente classico, ma gira a vuoto perche' il film non ha una storia da narrare. L'effetto di senso e' sempre suggerito dall'inquadratura all'interno della quale esplodono epifanie di grottesco sottolineate da dialoghi assurdi. Dici che sono andato abbastanza nello specifico? Pero' forse facciamo dormire gli altri lettori ;)
Inviato: 23/9/2008 14:22  Aggiornato: 23/9/2008 14:22
Autore: ethos

C'è un fondo nichilista che non mi piace, in questa rappresentazione. Sarà che le vite sono tutte incomprensibili e tutte ricolme. Solitamente degli elementi che ci sfuggono: la vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti, fissava icasticamente John Lennon in "Beautiful boy". Ma il suo, di Lennon, era un inno alla vita. Non uno stanco trascinarsi tra l'alfa e l'omega.

www.ethos.ilcannocchiale.it/2008/09/22/tempo_universale.html
Inviato: 24/9/2008 2:20  Aggiornato: 24/9/2008 2:20
Autore: Sogni

Ethos ----> E' un'accusa che i due si sentono fare spesso, tanto che nel grande Lebowski si aggiravano tre "nichilisti" da operetta. Non mi sembra pero' che i Coen si abbandonino all'estasi di questa frammentazione caotica. La subiscono in maniera dolorosa. La loro ricerca li porta li', ma non e' detto che ne siano entusiasti. Del resto un artista, finche' crea, dimostra sempre di non essere totalmente nichilista.
Inviato: 24/9/2008 20:07  Aggiornato: 24/9/2008 20:07
Premesso che sono un fan di Joel ed Ethan Coen, e che il nichilismo non è la loro cifra, ma la rappresentazione neorealistica degli angoli più incongrui della società americana [forse non più solo a stelle e strisce], ho l'impressione che non sia così semplice dirimere il buono dal cattivo, il giusto dall'ingusto, l'angusto dal vitale. Se leggiamo Qoelet, i salmi, buopna parte dell'AT, ci accorgiamo di come i vizi siano fondamentalmente analoghi a quelli che rileviamo oggi. Nulla di nuovo sotto il sole, viene spesso ripetuto nel Pentateuco. Nulla di nuovo sotto il sole potremmo confermare anche noi oggi.

Stante questa condizione di equilibrio bene|male [né più né meno dei bei tempi andati] forse è opportuno discendere al male dentro di me, per ascendere al bene altrui. Ma senza affondare nei sensi di colpa. Riprendendo la sana e difficile consuetudine dell'esame di coscienza: sana perchè ci smaschera, difficile perchè ci costa molto essere smascherati nelle nostre più profonde inquitudini. Peccare non è altro che questo, non il rendiconto di un decalogo: vivere male per effetto dei condizionamenti intimi che ci sovrastano e ci imprigionano.

Io e Tu (Ich und Du): Martin Buber dixit.

www.it.wikipedia.org/wiki/Martin_Buber#.22Ogni_vita_vera_.C3.A8_incontro.22