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il crogiolo : Economia sociale di mercato. Il caso italiano.
di mariopennetta , Fri 5 September 2008 7:00
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Mario Monti in una intervista al Sole 24 Ore del 22 agosto ha rilanciato il tema dell’economia sociale di mercato. Monti ha fatto parte della Commissione voluta da N. Sarkozy per il rilancio della politica economica francese. La Commissione, presieduta da Attali economista e consulente economico di F. Mitterand, era composta da intellettuali europei sia di destra che di sinistra. La profondità della crisi economica che sta interessando i paesi occidentali fa emergere l’esigenza di superare, nella fase almeno di analisi e proposte, i tradizionali steccati destra sinistra. La Commissione Attali ha formalizzato una serie di proposte che prevedono un riforma del welfare, una nuova ridefinizione dei rapporti tra stato e mercato e tra politica ed impresa. Sono i concetti alla base dell’economia sociale di mercato.
In molti paesi europei l’economia sociale di mercato, il suo aggiornamento teorico, stanno determinando alcune scelte di fondo, nella prospettiva di una vera riforma dell’istruzione che valorizzi il merito, di una riforma sanitaria che contemperi qualità dei servizi e razionalizzazione dei costi e di una riforma ambientale che riqualifichi il territorio.

Il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha preannunciato per settembre un dibattito sui temi dell’economia sociale di mercato affermando che il programma economico di governo è stato formulato nel rispetto di questi principi. Mario Monti, nella citata intervista, ha avanzato delle critiche nei confronti della strategia di sviluppo che si intravede nei provvedimenti del governo. Questi infatti, non superano una confusione di ruoli tra Stato e mercato. Inoltre il rispetto di uno dei principi dell’economia sociale di mercato avrebbe dovuto prevedere un provvedimento “sociale” di riduzione della pressione fiscale sui redditi più bassi, i più colpiti dalla stagnazione economica e dall’inflazione.
I principi dell’economia sociale di mercato, sono importanti in quanto hanno contribuito, nei primi anni del dopoguerra, alla ricostruzione ed allo sviluppo dell’Europa nonché a dare forma democratica alle istituzioni di molti paesi. Riteniamo pertanto utile in questo breve articolo illustrarne i principi di base.
L’economia sociale di mercato “Soziale Marktwirtschaft” fu elaborata dalla scuola di Friburgo da Walter Euckene e Andreas Muller-Armack. Essa opera un connubio equilibrato tra le teorie del liberalismo classico e le teorie sociali di regolazione pubblica, si fonda sulla centralità dell’uomo e sulla sua responsabilità individuale rispetto allo Stato.
Le basi teoriche sono incentrate su tre principi: il principio di individualità (che conduce all’idea liberale della libertà individuale), il principio di solidarietà (ogni essere umano è inserito in una società interdipendente), il principio di sussidiarietà (regola istituzionale che pone in rapporto individualità e solidarietà).
L’equilibrio-integrazione tra i due aspetti, individuo-Stato, deve essere raggiunto prevedendo un’assoluta priorità al ruolo dell’individuo (tutto ciò che può essere fatto da un individuo deve essere fatto da lui e non dallo Stato).
Lo Stato ha un ruolo fondamentale nel garantire il regolare svolgimento dell’azione delle forze di mercato. Infatti l’economia sociale di mercato presuppone un sistema federale costruito su istituzioni statali forti ed autorevoli, su istituzioni regionali e locali altrettanto forti e legittimate e su forti ed indipendenti autorità per la tutela del mercato: banca centrale indipendente e autorità antitrust.
Ludwig Erhard, economista della scuola di Friburgo e poi Cancelliere tradusse in programma politico i principi dell’economia sociale di mercato.
Tra il 1945 ed il 1950 la Germania ricostruì un’economia solida, dopo la distruzione operata dalla guerra, che portò alla piena occupazione delle forze di lavoro.
Finita la prima fase della ricostruzione, gli inizi degli anni ’50 videro l’emergere di squilibri sociali che vennero affrontati dai rappresentanti della Scuola di Friburgo, riformando e allargando le competenze del welfare. In questa seconda fase fu importante la cooperazione tra lavoratori e datori di lavoro che contribuivano paritariamente al finanziamento del welfare ( pensioni, cassa malattia, ecc.)..
Con legge Monta-Mitbestimmung nel 1951 venne varata la cogestione che si estendeva a tutte le attività economiche e stabiliva pari dignità a capitale e lavoro nella gestione delle imprese.
La crisi economica, nella metà degli anni’50, portò ad una nuova sintesi tra la teoria liberale della scuola di Friburgo e la teoria Keynesiana di stimolo della domanda interna attraverso un incremento della spesa pubblica vista in funzione anticlica.
La nuova versione dell’Economia sociale di mercato fu chiamata Globalsteuerung, stimolo generalizzato, ciò a significare che la politica economica e finanziaria si occupava della macroeconomia (politica fiscale, politica monetaria, politica dei redditi, politica economica internazionale) mentre il mercato e gli imprenditori potevano assumere solo micro- decisioni.
La crisi economica internazionale degli anni ’70, colpì anche la Germania che fu interessata, come tutti i paesi occidentali, dalla stagflazione e cioè dal diffondersi dell’inflazione e contemporaneamente della stagnazione economica e dalla disoccupazione.
La risposta che venne data dalla coalizione al governo, Spd e Liberali, fu debole non in grado di modificare le cause che avevano determinato la crisi.
La Germania si affidò allora al centro destra (Cdu Csu, Liberali) ed Helmuth Kohl ne divenne il Cancelliere. La sua politica economica operò uno spostamento dell’equilibrio dell’economia sociale di mercato verso il mercato, razionalizzò le prestazioni erogate dal welfare ma senza ridurle drasticamente come avvenne in Inghilterra. Furono avviate grandi privatizzazioni (Deusche Post e Deusche Telekom) e le politiche sociali furono ridimensionate in ciò modificando l’approccio keynesiano egemone in quella fase storica.
Possiamo affermare che in Germania l’economia sociale di mercato, nel corso di questi anni, ha mantenuto la sua impostazione originaria, ma nel contempo ha mostrato flessibilità trovando nuove sintesi, con teorie come la Keynesiana, al fine di superare le crisi periodiche che caratterizzano l’economia. Immutata è rimasta la solidità e la credibilità delle istituzioni nonché l’etica che caratterizza l’agire degli individui in quanto attori sociali (imprenditori, burocrati, politici, insegnanti ecc.).
Anche in Italia nel dopoguerra, si aprì un dibattito sull’economia sociale di mercato. Sturzo, Croce, Einaudi, De Gasperi instaurarono un rapporto profondo con Wilhelm Ropke, uno dei principali teorici dell’economia sociale di mercato. Ne sono testimonianza gli scritti raccolti dalla casa editrice Mulino nel libro Democrazia ed economia.
Queste teorie caratterizzarono la formazione economica di parte della classe dirigente della Democrazia Cristiana e contribuirono alla formulazione degli articoli 41, 42 e 43 della nostra Costituzione.
A partire dalla metà degli anni ’60 in Italia il concetto di socialità venne progressivamente sostituita da quello di statalizzazione. Lo Stato intervenne nell’economia attraverso lo strumento delle Partecipazioni Statali: Iri, Efim, Gepi, le quali portavano ad attuazione una logica perversa che era quella di accollare alla collettività le perdite derivanti dai fallimenti delle imprese private mentre a queste ultime venivano riservati i profitti. In pochi anni Lo Stato venne a ritrovarsi imprenditore multisettoriale: la produzione andava dai panettoni Motta ai gelati Alemagna, dai vestiti Lanerossi, alla pasta Buitoni e ai pelati Cirio. Vennero in questo modo a scomparire i valori di base dell’economia sociale di mercato: la responsabilità individuale, la solidarietà ed il ruolo di regolatore dello Stato.
Questa degenerazione è testimoniata in questi anni dalle ripetute crisi di imprese private, ultime in ordine di tempo, la Cirio e la Parmalat e in questi giorni un’impresa parzialmente privatizzata come l’Alitalia.
La vicenda Alitalia degli ultimi venti anni è lo specchio fedele delle degenerazioni che in Italia hanno caratterizzato ruoli e comportamenti di politici, sindacalisti ed imprenditori.
Alla liberalizzazione delle tariffe aeree varate da Reagan agli inizi degli anni ’80, quasi tutte le compagnie aeree del mondo reagirono ristrutturandosi ed aggregandosi, per competere con i prezzi bassi delle compagnie low cost e scongiurare i fallimenti.
L’Alitalia continuò, invece, nella dissennata politica gestionale di sprechi ed alti costi, ripianati periodicamente dallo Stato azionista. Nessuna politica di ristrutturazione venne varata dai governi che si sono succeduti in quegli anni, nessuno stimolo o proposta alternativa venne presentata dalle opposizioni che si sono alternate. I sindacati di categoria hanno trovato perciò terreno fertile per proporre piattaforme contrattuali sempre più a difesa di privilegi ed interessi corporativi, ai quali venivano a mancare, col passare degli anni, le risorse finanziarie per poterli attuare.
Siamo così arrivati al Consiglio dei Ministri del 28 agosto 2008 che ha sancito la crisi irreversibile della compagnia di bandiera. Il Decreto Legge varato è rivolto alle grandi imprese di servizi in crisi per evitarne il fallimento e farle accedere ad una procedura straordinaria volta alla ristrutturazione ed al rilancio dell’azienda. La ristrutturazione prevede la separazione di Alitalia: la parte Fly, cioè le attività più redditizie, verranno acquisite dalla newco, Compagnia aerea italiana, costituita da 16 soci italiani (Benetton, Colaninno, Ligresti ecc.) ai quali potranno affiancarsi, sempre come soci di minoranza, azionisti stranieri. La restante parte di Alitalia, rappresentata da debiti, personale in esubero ed attività non strategiche, entreranno nella bad copany i cui costi saranno posti a carico dello Stato.
Ancora una volta viene applicata la famigerata formula utilizzata ripetutamente nel passato di socializzare le perdite e privatizzare i profitti.
I principi dell’economia sociale di mercato sarebbero di grande attualità in un’Italia attraversata da una crisi non solo economica ma politica e morale. La natura profonda della crisi è testimoniata a sinistra dalla difficoltà che stanno emergendo nella costruzione del Partito Democratico. Emerge chiaramente un’assenza di cultura democratica nel Paese.
La destra l’ha momentaneamente risolta affidandosi ad un leader carismatico (carisma derivante dal controllo dei media e da una ricchezza seconda solo alle risorse dello Stato), ma proprio per queste caratteristiche non sostituibile da altri in futuro.
La sinistra non è ancora in grado di darsi una governance da proporre al Paese. Il PD ha riportato al proprio interno le divisioni che in passato si manifestavano attraverso la molteplicità dei partiti di sinistra. Oggi assistiamo alla lotta tra leaders e pseudo leaders tutti coalizzati ad impedire l’effettivo esercizio del potere di Veltroni, che lo aveva ottenuto direttamente da iscritti e simpatizzanti nelle elezioni primarie. La logica di potere del ceto politico prevarica, anche a sinistra, gli interessi del Paese.
Saremo facili profeti nel prevedere, che con un quadro politico così degradato, il dibattito sui principi dell’economia sociale di mercato si limiterà a mettere in moto il solito carrozzone mediatico sopra il quale saliranno, per il solo apparire, i soliti politici, i soliti sindacalisti, i soliti professori universitari, i soliti imprenditori.

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Commenti
Inviato: 5/9/2008 23:46  Aggiornato: 6/9/2008 0:21
Autore: luisrazeto

Molto interessante lo scritto di Mario Pennetta sulla economia sociale di mercato. L'interesse maggiore sta nella ripropposta di un dibattito ed una analisi del problema economico a livello dei principi. A questo riguardo però, i principi dell'economia sociale di mercato, come esposti da Mario, rimangono eccessivamente generali e ambigui. Perchè i tre principi (individualità, solidarietà, sussidiarità), i quali sono - in una loro determinata interpretazione - anche i principi della "teoria economica comprensiva" (che fonda la proposta di una economia di solidarietà), possono essere e sono nei fatti stati intesi in diverso modo (ognuno dei principi), e inoltre, lasciano irrisolta la questione centrale che è quella dei reciproci rapporti fra di loro, le priorità, gli ambiti di attuazione e la validità relativa di ognuno.
Pongo soltanto un esempio: il principio secondo il quale (cito Mario) "tutto ciò che può essere fatto da un individuo deve essere fatto da lui e non dallo Stato", è in realtà una formulazione parziale del principio di sussidiarità, che di fatto aggiunge che tutto ciò che può essere fatto da gruppi sociali minori o piú piccoli deve essere fatto da questi, lasciando al livello immediatamente superiore (non allo Stato, che è l'ultimo nella scala ascendente) ciò che non può risolversi a detto livello. In questo modo, la funzione dello Stato diviene "residuale", nel senso di farsi carico soltanto di ciò che nessun'altro gruppo od organizzazione civile sia in grado di assolvere o risolvere.
Poi, nella formulazione della economia sociale di mercato, il principio di solidarietà porta direttamente alla società in generale (lo Stato?) e non alla solidarietà dei gruppi e delle comunità intermedie.
Io penso che le formulazioni teoriche della economia sociale di mercato (piú in là e a monte dello scritto di Mario), siano insufficienti a dare una adeguato orientamento nei confronti dei problemi reali e attuali dell'economia globalizzata.
Sono convinto che il liberismo, il neoliberismo, il keynesismo, il socialismo e la economia sociale di mercato, sono state formulazioni teoriche che hanno compiuto il loro ciclo e dato di sè quanto potevanno dare.
Oggi bisogna ripensare la economia fin dai principi, per formulare una nuova superiore impostazione teorica.
Inviato: 6/9/2008 15:43  Aggiornato: 6/9/2008 15:43
Autore: fulmini

@ Luis Razeto

Accenni, nel tuo commento al post di Mario Pennetta sulla 'economia sociale di mercato', ad una " 'teoria economica comprensiva' (che fonda la proposta di una economia di solidarietà ".

Vorrei chiederti di essere più esplicito, e di spiegare apertamente cosa è questa 'teoria economica comprensiva'. Potresti intanto dire qualcosa in forma di commento e di seguito dedicare all'argomento un vero e proprio post (o una serie di posts), nella tua rubrica 'economia di solidarietà'.

Che te ne pare?
Inviato: 6/9/2008 15:50  Aggiornato: 6/9/2008 15:50
Autore: fulmini

@ Mario Pennetta

Dal tuo post viene che se la "economia sociale di mercato' fosse rettamente applicata essa costituirebbe la soluzione dei problemi economici reali e attuali.

Ho compreso bene il tuo pensiero? Faccio la domanda in forma più generale: le teorie economiche oggi dominanti sono in grado di prevedere e risolvere le crisi economiche reali e attuali? E, se sono capaci di questo (prevedere e risolvere), perché non lo fanno? Sono forse impedite nel loro lavoro predittivo-risolutivo dalle pratiche politico-economiche, cioè dalla politica?
Inviato: 8/9/2008 10:02  Aggiornato: 8/9/2008 10:02
Il commento di Luis Razeto pone importanti quesiti di teoria che si rifanno ai problemi storicamente determinati del rapporto stato-mercato. Sono quesiti importanti, che spingono alla riflessione e all'analisi. Lo stesso dicasi per la domada posta da fulmini se possa oggi l'economia sociale di mercato rappresentare una risposta alla crisi dei sistemi economici. Non voglio dare una risposta immediata, sarebbe troppo lunga, ma mi riprometto di continuare nei prossimi giorni, in un altro post, a riflettere, possibilmente insieme, su questi argomenti.
Mario Pennetta