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apologetica : Granditalia d’italietta [Italiótai]
di giuseppenenna , Mon 18 August 2008 10:00
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Al momento la delegazione azzurra alle Olimpiadi di Pechino 2008 naviga nella top ten delle nazioni più medagliate ai giochi. Dovrebbe rimanerci con autorevolezza, anche se nella regina delle discipline, l’atletica, siamo in debito d’ossigeno da lustri. Un buon risultato per un paese vecchio e con meno di 60.000.000 di Italiótai registrati all’anagrafe [immigrati con cittadinanza inclusi].

Dovendo scegliere alcuni volti per questa spedizione, me ne vengono in mente tre in particolare: Vanessa Ferrari - diciottenne ginnasta bresciana, campionessa mondiale di artistica femminile 2006, cioè in carica, 11a nella generale di Pechino 2008 -, Igor Cassina - trentunenne ginnasta, campione olimpionico 2004 con il movimento che porta il suo nome, avendolo inventato, ndr – e Tania Cagnotto - ventitreenne tuffatrice, figlia d’arte e collocatasi al V posto assoluto a Pechino totalizzando un punteggio [349,20] superiore a quello che le valse bronzo ed ammissione ai giochi ai mondiali di Melbourne 2007 [trampolino 3 metri, con 341,70 punti]. Ma anche la ventunenne nuotatrice Alessia Filippi, argento negli 800 Stile Libero femminili, oscurata dallo strapotere mediatico della splendida Federica Pellegrini.

Come interpretare questo parziale? Che relazione ha con la situazione del Paese? Cosa ci dice?

La fotografia dell’Italia di oggi. Ricca. Ancora ricca, abbiente. Che vive della disciplina ferrea dei suoi campioni. Un’Olimpiade, un risultato importante, un titolo od un piazzamento olimpico sono il frutto del lavoro metodico di staff molto qualificati. E di atleti che vivono per lo sport [ore ed ore di allenamento, ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno]. Allevati da vere scuole che nascono per auto-organizzazione sociale. Più al centro-nord che al sud [non sorprende: i livelli di organizzazione sono fondamentali]. Il CONI prende atto e supporta. Rilascia patentini. A volte eroga contributi. Ma non interviene nella vita delle palestre: è il ranking di specialità che designa i valori.

Questa dinamica potremmo definirla, in senso dispregiativo, dello stellone. In senso elogiativo, democristiana post litteram. Non dimenticando che la DC più lucida [fino all’omicidio|decapitazione di Aldo Moro] riusciva a trarre il meglio dai difetti nazionali. Ovvero quando ha ferocemente selezionato una classe dirigente non autoreclusa[si] tra i soffocanti interni correntizi, nel mito fatuo dell’inamovibilità. Senza imporre troppe regole e lasciando ampiamente nel novero del possibile una scappatoia ad ogni situazione concreta. Ma favorendo sempre gli equilibri sociali nel dinamismo dei ruoli e delle posizioni. Quello che manca all’Italia di oggi, costretta a subire un eccesso di regolamentazione, spesso in nome del decoro più classista e della sicurezza più iniqua. Alimentando il circuito perverso della rigidità escludente, amorale.

Forse rileggere la storia d’Italia può suggerire livelli di integrazione nazionale più efficaci di quelli ampiamente in bilico e persino virtuali di oggi. Rileggere l’età comunale, attualizzandola dentro il grande gioco delle geopolitiche continentali e della globalizzazione, può fornire argomenti ad una politica che non abbia la pretesa di imporre un’etica di stato, confondendola con il privilegio di status.

A cominciare dalle stanche fumisterie dell’intellighenzia satolla del ciarpame post-ideologico.

Per finire con una domanda rubrica: a quale periodo della storia italiana [dagli enotri ai sanniti, o più indietro ancora e fino ad oggi] il lettore paragonerebbe la situazione italiana attuale?

Ciascuno commenti. Risponda, se sa. E prepari un post aperiodico, da pubblicare sul blog. Se può. Se vuole.

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Commenti
Inviato: 18/8/2008 10:58  Aggiornato: 18/8/2008 17:48
Autore: fulmini

Questa tua apologia della "disciplina ferrea dei campioni" mi fa venire in mente che ci sono diversi tipi di disciplina, e non tutti sono da apologizzare. Questo tipo sì, secondo me, perché loro, i campioni olimpionici, si mettono in gioco competendo con il mondo intero. Spesso e volentieri, invece, gli esseri umani, si contentano di competere con il paese, la città, il quartiere, la strada, il condominio e via restringendo l'ambizione fino ai records personali.
Inviato: 18/8/2008 13:01  Aggiornato: 18/8/2008 13:01
Mi dai l'occasione per precisare. E' proprio sul tipo di organizzazione repubblicana che si gioca la leadership politica di oggi e di domani.

La DC fu feroce nel selezionare la propria classe dirigente. Poi divenuta digerente, nel pentapartito e fuori. In relazione alle politiche folli di incremento del deficit statale [in giocattolini tipo Efim, Ferrovie, Alitalia, l'IRI prima della cura Prodi etc etc, ma sempre in spesa corrente ed a danno dell’incremento di capitale infrastrutturale]. Ma un cardine delle politiche democristiane fu sempre l'interclassismo.

Oggi il berlusconismo è feudale, intrinsecamente classista. Strano per un self made man, sia pure alimentato da fiumi di danari mafiosi. Ovvio il sistema elettorale che piazza in parlamento valvassini e valvassori, sottraendolo alla scelta del corpo elettorale.

Allora la risposta può essere nel rileggere quel particolare federalismo dal basso che fu l'età comunale. Pienamente assunto nel pensiero sturziano. Mi dirai tu in quale misura annotato da Gramsci.

Quell'organizzazione statuale non si fondava su convenzioni ridicole e scritte, tipo quelle di Graziano Cioni a Firenze [nei comunisti sopravvive sempre un lontano anelito totalitario].

Giolitti pare si sia lasciato sfuggire, con un giornalista dell’epoca, che governare gli italiani è inutile. Bisognerebbe fondare un pensiero politico “laterale” spostando il fuoco delle agende su alcuni assi condivisi, [l’istruzione – con meno briglie - ed il sistema della conoscenza –più esigente-, la memoria, la politica estera e quella energetica, la copertura sanitaria universale e poche altra cose]. Lasciando all'auto-organizzazione dal basso di produrre socialità, economia, modelli. Il personalismo scritto nella Costituzione Italiana questo elemento lo aveva già assunto. E parliamo di 60 anni fa e più.

Forse se si esce dal moralismo illibato di una certa retorica sinistrese [ampiamente contraddetto dai comportamenti di cordata, peraltro] si riprende il contatto con la realtà. Di base, come insegna il sindacalismo territoriale leghista [l’opportuna definizione è di Aldo Bonomi]. Di visione, com’è accaduto con il moroteismo, capace di declinare i vizi italiani in cespiti, in asset nazionali. Non credo che Moro apprezzasse il carrierismo ed il gelido cinismo. Ma dovendosi confrontarsi con quelle leve, robustamente piantate nel corpaccione democristiano della terza generazione, ancora quale partito egemone, riusciva a scaricarlo verso politiche virtuose.

Oggi si assumono quei difetti - ancora più socialmente escludenti, volgari, talvolta abietti - sic et simpliciter, come un dato inamovibile ed irreversibile: e dove sarebbe lo spazio della politica e dei politici? Finiremo tutti dalemizziani? E più o meno berlusconizzati?


www.ethos.ilcannocchiale.it/post/1894044.html
Inviato: 18/8/2008 17:55  Aggiornato: 18/8/2008 17:55
Autore: fulmini

Leggo, rifletto, e infine ti propongo di scrivere il prossimo post della tua rubrica 'apologetica' (18 settembre prossimo) come svolgimento di questo - uno dei tuoi temi prediletti: "Apologia della DC". Una tua tonda esposizione può suscitare una bella discussione.
Inviato: 18/8/2008 20:09  Aggiornato: 18/8/2008 20:09
No. Non si tratta di un'apologia della DC, che ha pervicacemente posto le premesse della propria scomparsa [link], a cominciare dalla condotta osservata sul caso Moro. Incluso il lucido vaticinio dello statista cattolico, a giochi fatti e sorte irrimediabilmene segnata:

"Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Son convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro".

In realtà è un vuoto che sottolineo, l'incapacità di pensare politicamente [Dossetti], che apre una voragine non colmata dalle sigle che hanno prolungato l'agonia della prima repubblica fino al Berlusconi IV. Un movimento che produceva classe dirigente di livello eccellente, sostituita da quarte file rigidamente cooptate e prive di autonomia intellettuale. Un vuoto di cultura politica molto evidente nel PD in particolare.

E' questo è l'elemento che mi pare mancare alla riflessione sull'oggi.

Scriveva PPP il 30 ottobre 1975, nella sua Lettera luterana a Italo Calvino:

"È cambiato il «modo di produzione» (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il «nuovo modo di produzione» ha prodotto dunque una nuova umanità, ossia una «nuova cultura»: modificando antropologicamente l'uomo (nella fattispecie l'italiano). Tale «nuova cultura» ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri (non ancora definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia. I figli della borghesia sono dunque privilegiati nel realizzarli, e, realizzandoli (con incertezza e quindi con aggressività), si pongono come esempi a coloro che economicamente sono impotenti a farlo, e vengono ridotti appunto a larvali e feroci imitatori".

Sembra una cronaca di queste ore. Sono trascorsi 33 anni. Come scriverò nel post che mi suggerisc, il tema che pongo non è una nostalgia [infondata] per un passato mitico. Al contrario è l'incapacità di osare per costruire spazi di azione politica adeguati a questi tempi. E non siano sottomessi alla stanca e ridicola assuefazione alle parole d'ordine [meglio sarebbe dire disordine] della destra coltivata in provetta fin dal parricidio Moro.

Per questo concludo proponendo una domanda rubrica: a quale periodo della storia italiana [dagli enotri ai sanniti, o più indietro ancora e fino ad oggi] il lettore paragonerebbe la situazione italiana attuale?

Guardare indietro può aiutare a comprendere a quale ciclo storico appartiene la dinamica sociale italiana odierna.

P.s.: al solito il login riconosce l'utente ma poi dimentica di trattere l'account per le istruzionmi successive.

www.ethos.ilcannocchiale.it/post/611254.html