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sociografie : l' Assessore
di pietropacelli , Sun 3 August 2008 9:00
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Arnaldo era stato eletto Assessore da pochi mesi; data la sua provenienza sindacale, aveva vissuto quella nomina come un punto di arrivo, la conferma dei suoi grandi meriti e delle sue non comuni capacità, la conquista di un successo che, in qualche modo, gli era dovuto ed era giusto.

Nei primi tempi del suo nuovo prestigioso incarico lo si vedeva passeggiare nei corridoi del palazzo, dialogare con qualche suo nuovo cortigiano – i nuovi cortigiani non mancano mai - delle varie questioni “essenziali e decisive” riguardanti i principali problemi del territorio che Lui governava. Spesso era accompagnato da sindacalisti, suoi antichi colleghi, che lo avevano individuato come fermo punto di riferimento.

Ma, come dice il saggio, la forza delle cose è superiore a quella delle intenzioni. E così, arrivò prima del previsto un nodo difficilmente districabile. Ciò che avrebbe voluto fare l’ex-sindacalista entrò in rotta di collisione con gli orientamenti della Giunta. Fu costretto a dire dei no. Per non essere accusato di “conflitto di interessi” divenne più realista del re e si avventurò in una difesa ad oltranza della Ragione di Stato. Lo fece con la veemenza e la passionalità dei neofiti, adottando un linguaggio da tecnocrate e un atteggiamento da burocrate: il personale e i sindacalisti “non capivano la nuova fase” e “registravano un grave ritardo di analisi”.

Questi atteggiamenti gli alienarono le simpatie del personale, furono organizzati degli scioperi; fuori del Palazzo comparvero scritte offensive che lo accusavano di far parte della Casta. Fu accusato di essere stato comprato dagli imprenditori, di aver ricevuto e accettato regali e, forse, ancora di più. Non lo si vedeva più passeggiare con aria di sapiente circondato da adulatori vecchi e nuovi, non dispensava più cortesie e sorrisi. Gli dispiaceva, però, lasciare quello stato privilegiato nel quale si trovava: l’autista, le segretarie, i giornali a casa, le relazioni con il bel mondo. Rimase, dunque, al suo posto. Diceva a tutti che il mondo era cambiato, che bisognava prenderne atto, citava Eraclito e il “panta rei”, “tutto cambia”, pena l’infelicità. I suoi compagni di un tempo lo osservavano sbigottiti, astenendosi persino dal commentare.

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