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iLibrieleNotti : Lino Angiuli storico della letteratura italiana
di fulmini , Fri 13 December 2019 4:00
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Ieri, giovedì 12 dicembre, presso il Centro polifunzionale degli Studenti, a cura del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Bari ‘A. Moro’, si è tenuto un convegno dedicato ai venti anni di attività della rivista letteraria «incroci».

rivista


Dopo i saluti del Rettore, prof. Stefano Bronzini, del Direttore del Dipartimento, prof. Paolo Ponzio, e dell’editore Giacomo Adda, sono state lette le relazioni dal prof. Salvatore Ritrovato, dell’Università di Urbino, e dal prof. Pietro Sisto, dell’Università di Bari, che hanno riguardato la condizione odierna delle riviste letterarie. Sono seguiti gli interventi di alcuni studenti, e le conclusioni dei direttori della stessa, Lino Angiuli e Daniele Maria Pegorari. Per l’occasione «la Gazzetta del Mezzogiorno» ha pubblicato due articoli dedicati all’attuale realtà delle riviste letterarie italiane, a firma di uno dei direttori.

Li ripropongo qui per i lettori del sito-rivista.


I

Oltre che “secolo breve”, il Novecento potrebbe chiamarsi anche il secolo delle riviste, considerate la quantità e qualità di periodici cosiddetti militanti, prodotti soprattutto nei primi decenni del secolo scorso sul versante della ricerca letteraria e dell’impegno culturale.
L’elenco potrebbe essere lunghissimo, a testimonianza di un notevole fermento che ‒ tolto il periodo del ventennio fascista (che pure ebbe le sue riviste, come «Il Convegno», «Pégaso», «Occidente», «Quadrivio», «Primato») ‒ si avvalse di pagine e pagine per alimentarsi e svilupparsi. In genere si ricordano, per prime, le testate fiorentine «La Voce», «Leonardo», «Solaria», «Lacerba», «Campo di Marte», «Il Frontespizio», «Letteratura» o la romana «La ronda» quali capisaldi di un temperie che coinvolse tutte le migliori menti del tempo. Noi, qui, preferiamo ricordare «Il Baretti», così chiamata dal fondatore, il giovane nonché geniale, coraggioso, torinese Piero Gobetti, in omaggio a un originale figura di letterato italiano, che, stimolato da esempi attivi in Inghilterra, dove era vissuto per alcuni anni, al suo rientro in Italia aveva fondato a Venezia, in pieno Settecento, «La frusta letteraria», un foglio quindicinale quasi interamente da lui scritto con lo pseudonimo ‘polemista’ di Aristarco Scannabue e con l’intento di svecchiare la cultura italiana per scuoterla dal torpore classicista. Pur essendo vissuta solo due anni, dal 1763 al 1765, la rivista diventò un modello per tutti coloro che, in seguito, avrebbero scelto di coniugare militanza e polemica.
Il secolo attuale, almeno in questo suo primo scorcio, pare viaggiare in controtendenza, tanto che, per le riviste letterarie contemporanee degne di questo nome, accanto alla nozione di militanza è necessario utilizzare anche quella di resistenza. Sarà per l’imporsi dell’informazione digitale, per il crescente disinteresse verso la letteratura e la riduzione del numero dei lettori, per i dictat imposti dalle leggi dell’economia, sta di fatto che nel 2012, dopo altre nobili testate (si pensi per tutte a «Letture»), ha dovuto chiudere i battenti anche la prestigiosa «Belfagor», la quale ha avuto anche Bari come postazione operativa, essendo stata diretta da Carlo Ferdinando, figlio del fondatore e primo direttore Luigi Russo, oltre che insigne docente dell’Università barese.
Proviamo quindi a registrare qualche presenza sorta nel secondo Novecento, muovendoci da nord a sud ed escludendo sia le riviste accademiche che quelle pugliesi (a queste ultime sarà dedicato un intervento a parte). Notiamo subito, anche in questo campo, una certa distanza tra le aree geografiche, così come notiamo che non risulta poi essere così esiguo il numero delle riviste dette “letterarie”, il che ci costringe a compiere il classico volo d’uccello con abbondanti omissioni ma con l’intento di segnalare, sia pure en passant, presenze a loro modo significative ed emblematiche, per una ragione o per l’altra.
Partiamo dalla Lombardia lodigiana ovvero da «Kamen’», fondata e diretta da Amedeo Anelli, giunta al 28° anno di vita. Il sottotitolo «rivista di poesia e filosofia» la rende particolare, se si considera che ancora oggi pesa la distanza, attribuita a Platone, tra i due ambiti oggetto della rivista. A Milano si pubblica dal 1988 «Poesia», mensile che riesce ad essere distribuito nelle edicole: una scommessa davvero coraggiosa, considerato lo scarso appeal editoriale della poesia. A Milano esce anche «Il segnale», nata nel 1981. Notevole è pure l’impegno di «Anterem», rivista semestrale di ricerca letteraria, nata a Verona nel 1976 e da allora diretta da Flavio Ermini.
Scendendo in area fiorentina, dove sono cadute non poche testate sorte nel secondo Novecento («Paragone», «Quartiere», «Tèchne», «Collettivo R» e altre), sventolano la bandiera della resistenza, tra le altre, «Il portolano», «Erba d’Arno», «Gradiva», che grazie a Luigi Fontanella mette in relazione l’Italia con gli Stati Uniti, dove egli insegna italianistica, «L’area di Broca», erede della “sessantottesca” «Salvo imprevisti», entrambe dirette da Mariella Bettarini.
Scendendo velocemente al Centro Italia, non si può non ricordare la storica «Nuovi Argomenti», fondata a Roma nel 1953 da Alberto Carocci e Alberto Moravia, attualmente edita da Mondadori con la direzione responsabile di Dacia Maraini. Altre donne, nel Lazio, hanno dato vita nel 1997 a «Leggendaria», “una vetrina dell’intelligenza femminile”, come dice la presentazione on line. Romane sono pure «Periferie», ventitré annate, quasi interamente dedicata alla poesia dialettale e diretta da Vincenzo Luciani, di origine garganica, e «Fermenti» attiva dal 1971 per iniziativa di Velio Carratoni. A Cervaro, nel frusinate, si pubblica dalla fine del secolo scorso, a cura dell’omonimo Centro culturale, «Paideia: quaderni di poesia», diretta da Francesco De Napoli ‒ radici pugliesi ‒ la cui particolarità è quella di essere “pubblicazione fuori commercio, riservata a Biblioteche, Istituti di Cultura e Associazioni culturali”.
Facciamo infine un salto in Sicilia per segnalare una testata che ben rappresenta la mutazione informatica di molte riviste. Dopo tanti anni di vita cartacea, infatti, pur di non morire, «Arenaria» è approdata alla rete, dove sono disponibili ben 17 «Quaderni di Arenaria», allestiti alla stregua di fascicoli cartacei sotto la guida di Lucio Zinna, uno dei fondatori storici.
Inutile dire che, sempre sul web, come ‘pendent’ della versione cartacea, abbondano le fanzine, i blog, i siti che garantiscono la sopravvivenza di quella forma di impegno culturale chiamata “rivista letteraria”. Solo qualche nome: «Minima & moralia» «Versante ripido», «Atelier», «Nazione Indiana» e tanti altri (circa un centinaio), rintracciabili… sul web!


II

Fatte le dovute proporzioni, anche la Puglia del primo Novecento può vantare una presenza in grado di entrare nel novero delle riviste più intelligenti e aperte. Fondata e diretta in Mola di Bari da Piero Delfino Pesce, padre del repubblicanesimo pugliese, «Humanitas» costituì negli anni della sua pubblicazione (1911‒1924) una notevole e vivace palestra d’impegno politico e di crescita culturale. Essa, peraltro, contribuiva a ridurre quella distanza storica che aveva reso la nostra Regione, tutto sommato, una periferia provinciale, a rimorchio delle vicende culturali che si svolgevano altrove, tra Napoli, Roma, Firenze, Milano. (Una curiosità: nel 1946 a Brescia nasceva una rivista intitolata pure «Humanitas»!)
Del resto, nei primi decenni del Novecento (e anche dopo) gli intellettuali pugliesi andavano generalmente a formarsi fuori dai confini regionali e facevano riferimento ad altre realtà. Un esempio per tutti può essere rappresentato dal poeta barese Luigi Fallacara, formatosi nella Firenze di primo Novecento, dove aveva collaborato con alcune delle più importanti riviste colà attive.
Bisognerà attendere gli anni Cinquanta per incontrare un trimestrale ideato e “fatto” dall’ispanista Vittorio Bodini: «L’esperienza poetica», stampato a Bari dall’editore Cressati. Durerà dal 1954 al 1956; raccoglierà presenze importanti del calibro di Caproni, Pasolini, Sinisgalli, Volponi, Zanzotto; contribuirà a fare della provincia un’intrigante metafora anzi che la “periferia dell’impero” e accorcerà le distanze con il nord della poesia, allungando lo sguardo fino alla Spagna delle “generation del ‘27”. Una sfida ‒ questa ‒ che sarà raccolta e sviluppata intorno agli anni Settanta dalla generazione successiva, quella che si sarebbe affacciata a dire la sua proprio attraverso lo strumento della rivista letteraria. Lecce e Bari furono le teste di ponte di questo clima e di questi esperimenti, quasi tutti ingoiati dal tempo. Tra questi ricordiamo, a Bari, «Interventi culturali» e a Lecce «Il pensionante de’ Saraceni». A realizzarli erano stati scrittori iperattivi come Daniele Giancane per Bari e Antonio Verri per il Salento: quest’ultimo si spinse a ideare e avviare persino un «Quotidiano dei poeti», oltre al periodico «Caffè Greco». Il seme era stato gettato e si deve agli stimoli prodotti da queste avanguardie se oggi abbiamo realtà che indicheremo lungo un veloce viaggio dalla Capitanata al Salento, segnalando quelle più significative, per una ragione o per l’altra.
Per l’area foggiana, raccogliendo la lezione di Franco Marasca e avvalendosi di talune presenze intellettuali facenti capo all’Università degli Studi del capoluogo dauno, va citata «Carte di Puglia», diretta da Antonio Ventura, attiva da decenni. Da diciannove anni vede la luce a San Marco in Lamis «Frontiere», guidata da Sergio D’Amaro, che ha puntato l’attenzione sulla cultura della migrazione, potendo contare su un esempio assai rappresentativo, nella persona di Joseph Tusiani, il sammarchese emigrato giovanissimo negli USA, dove è stato italianista e dove ha dato il meglio di sé utilizzando quattro lingue per la sua copiosa produzione poetica, narrativa, saggistica: l’italiano, il dialetto di San Marco, l’inglese, il latino.
La Terra di Bari, troppo levantina per potersi occupare seriamente di letteratura, durante il clima postsessantottesco ha conosciuto un risveglio letterario che si è espresso proprio attraverso lo strumento della rivista. Negli anni Settanta vede la luce, aperiodicamente, «Fragile», ideato da Lino Angiuli e Raffaele Nigro e stampato dai fratelli Cavalli della editrice Levante. Da «Interventi culturali» nascerà «La Vallisa», diretta sempre dal “movimentista” Giancane, che rimane a tutt’oggi la più longeva, avendo tagliato il traguardo delle XXXVII annate (altro che resistenza!). Si cerca di sviluppare anche la valorizzazione delle risorse territoriali, come ha mostrato egregiamente «Fogli di periferia», voluta e diretta da Pietro Sisto, che ha purtroppo smesso da poco le pubblicazioni dopo un paio di decenni di attività.
Generalmente si pensa che la provincia di Brindisi sia una cenerentola nel settore che stiamo perlustrando. Ma se guardiamo agli anni in cui a Fasano l’editrice guidata dal compianto Nunzio Schena è stato un faro dell’editoria territoriale, e non solo, dobbiamo annotare tra le riviste non più attive quella diretta da Lino Angiuli, Giovanni Dotoli e Raffaele Nigro: «in oltre» (1988 – 1998). Negli stessi anni, a Cisternino, Adriana Notte, lì atterrata, fondava «Spazio verticale».
Quando si scende nel Salento leccese, è d’obbligo avvistare subito la bandiera resistenziale che sventola orgogliosa sulla sede della Manni editori, dove la direttrice editoriale Anna Grazia D’Oria cura con passione e competenza «L’immaginazione», mensile fino a qualche anno addietro, oggi bimestrale. Vi sono state e vi sono ospitate firme importanti del panorama letterario, da Sanguineti a La Capria, giusto per farsi un’idea. Nel 2019 la rivista ha compiuto trentacinque anni.
Infine, è necessario fare retromarcia verso Bari per parlare del semestrale «Incroci», che in questi giorni compie venti anni di vita, sotto la direzione di Lino Angiuli, Daniele Maria Pegorari e Raffaele Nigro. Per evitare ineleganti “conflitti di interesse”, ci fermiamo qui, invitando gli interessati e i curiosi nella Sala intitolata all’indimenticabile ‘Alessandro Leogrande’, nel Centro polifunzionale degli Studenti dell’Università ‘A. Moro’, giovedì 12 dicembre, alle ore 16.30, per saperne di più sulla condizione delle riviste letterarie come oggi si presenta in Italia e in Puglia.
Solo un’ultima e importante notazione. Le due citate riviste baresi recano dei sottotitoli entrambi emblematici, perché postulano la necessità di evitare il recinto autoreferenziale in cerca di alterità extraletteraria: «Semestrale di Letteratura ed altro», per «La Vallisa», e «Semestrale di letteratura e altre scritture», per «Incroci». Difatti le due riviste hanno aperto varchi non solo verso diversi linguaggi artistici ma anche verso altri orizzonti geoculturali, dai Balcani all’America latina, declinando al meglio il concetto di globalizzazione. Di conseguenza, anche la distanza con il mondo culturale del Nord ha continuato a ridursi.

Lino Angiuli

Per chi conosca ancora poco Lino Angiuli, ecco il ritratto autoritratto che ho realizzato con la sua complicità nell'estate del 2018: https://www.youtube.com/watch?v=yCp_vzmOlls&t=19s

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iLibrieleNotti : Edizioni Q
di fulmini , Wed 11 December 2019 4:00
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E' uscito nella rubrica 'Fulmini e Saette' che tengo da anni su 'Alias', supplemento culturale del quotidiano 'il manifesto', questa saetta - la ripubblico qui per i lettori del sito-rivista:

Edizioni Q

Nella fase agonica della vecchia civiltà moderna il numero degli scrittori ha superato il numero dei lettori. Tradotto in volgare illustre: molti scrivono e pochi leggono.
Per quei pochi sono una mano santa tante piccole case editrici, che vivono a stento “nell’inverno del nostro scontento” ( per usare le parole di Shakespeare, uno che ha smesso di scrivere ma non di leggere prima di morire), ma mostrano col proprio lavoro che “è meglio avanzare e morire che fermarsi a morire” (qui parla Gramsci, il pessimista della testa e l’ottimista del cuore).
Ecco, prendiamo la casa editrice Q, della quale ho letto, nell’anno della rivolta del pueblo unido cileno che sta per passare la mano all’anno dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, due libri, un dialogo poetico di Ibrahim Nasrallah e un giallo all’osso di Francesca Bettini.
“Io, Salvatore Nardella, brigadiere dei carabinieri, in questi fogli che forse deciderò di buttare e così non li leggerà mai nessuno, prendo nota di un certo fatto…”, comincia così Delitto a Castroforte della Bettini, uscito ad ottobre nella collana libri di Q, e finisce con “…non ho la forza di decidere. E allora mi alzo e prendo una moneta, la lancio in alto, poi la riafferro e lentamente, molto lentamente alzo il palmo, apro le dita.”
Questa storia ambientata in un fantastico eppure verosimile paese della Tuscia mi ha fatto riflettere sul fatto che i racconti, in questi anni difficili, somigliano sempre di più a sceneggiature, e la realtà al cinema.
“Hanno sgozzato un uccello là in alto / Sangue sul tronco di palma al mattino / Il cuore si è perso…”, comincia così Specchi degli angeli di Nasrallah, uscito a febbraio nella collana Zenit (tradotto da Wasim Dahmash e prefato da Pina Rosa Piras), e finisce con “…Del molto che c’è / Qui non vogliono che il minimo: / scalare la montagna.”
Questo libro di poesie di uno scrittore nato nel 1954 ad Amman in un campo profughi, trascrizione del dialogo tra una bambina palestinese ancora in culla colpita a morte nel corso di un bombardamento e il suo angelo custode, mi ha fatto spesso sentire-e-pensare che è il cuore dei bambini innocenti “il paese più straziato” (Ungaretti).
E allora ti auguro lunga vita e buona lettura,“ipocrita lettore, mio pari, mio fratello” (Baudelaire), e di non volere mai niente di meno del minimo: scalare la montagna.

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iLibrieleNotti : Cronaca di una foto
di fulmini , Mon 9 December 2019 4:00
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donna che corre


Cronaca di una foto, o se volete di un amore passeggero.

Il Mercato del Circo Massimo in Roma per me è la tentazione delle tentazioni, la domenica mattina.
Mi sveglio sempre presto prestissimo, prima che sorga il Sole, ogni giorno, compreso il giorno di Nostro Signore.
Studio tre ore, quattro, poi mi allontano esausto dalla scrivania elettronica e metto il cielo sopra la testa. La domenica, due volte su tre, è il cielo del Circo Massimo.
Ci vado per vedere e annusare, nel suo mercato coltivatordirettorale, gli ortaggi e i frutti dei coltivatori laziali, e rubare, lungo strada del ritorno, dal Roseto Comunale, le rose che sporgono dalla sua divisiva inferriata al marciapiede cittadino, e guadagnarmi il sorriso mattutino dalla donna della mia vita, Alexandra, la quale nel frattempo si sarà risvegliata e sarà dal furto amoroso benevolmente disposta prima al massaggio e poi alla colazione.
Questa mattina di domenica 8 dicembre 2019, invece di andarci camminando, al Mercato, decido di arrivarci a cavallo di un bus. Lo prendo al volo sotto casa, in via Labicana, e lungo la visione panoramica che mi regala l’inquadratura sinistra del finestrino semovente, vedo per la prima volta, di fianco all’eracleo Albero di Giuda del Palatino affacciato su Viale di San Gregorio, una minuta esplosiva giovane in corsa. Minuta nel corpo elastico della salute a tutti i costi, esplosiva nella fiumana invernale della chioma leonina in movimento.
Il bus corre, la perdo appena intravista.
Il bus per fortuna è inchiodato dal semaforo tricolore. Lei sempre ignara sempre correndo svolta a destra ed entra nel tunnel dei lecci verso la Bocca della Verità.
Il bus, sonno-lento, distratto, fa il suo lavoro mala-voglia, ignaro del colpo di fulmine. Ma come è come non è la raggiungo, la leonessa, con lo sguardo, zummo, a supero con le ruote dello schiavo inconsapevole, e quando questo sobbalzando si prepara a fare la fermata canonica di fianco al Mercato, giro la testa, vedo la chioma, tiro fuori la digitale, il bus si ferma, scendo i gradini del Paradiso o dell’Inferno, accendendo senza fiato la digitale, mi volto, non vedo, dispero, un’ombra mi scompiglia, cedo alla tentazione, inquadro e scatto.
Addio.
A Dio.

À une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Charles Baudelaire.

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leOpereeiGiorni : Cronaca di uno, anzi due colpi di fucile
di fulmini , Sat 7 December 2019 4:00
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Nel 2012 ho scritto una serie di racconti sulla mia vita in Calabria, intitolati ‘I Diavoli del Meridione’, ora raccolti nell’ebook ‘Storie di poche parole’: https://www.amazon.it/Storie-poche-parole-Pasquale-Misuraca-ebook/dp/B076H8VNH9

Il primo racconto era questo:

1. Lucrezio
Ho visto mio padre sparare a un uomo, e mi è piaciuto il modo.
Era una mattina di giugno del 1957, avevo nove anni, e Lucrezio mio padre quaranta. Stavamo nella vigna a spollonare, lui nota qualcuno tra gli zappatori del terreno limitrofo e si dirige verso di lui. Giunto a pochi passi dal confine, costituito soltanto da un salto di terra, lo chiama e gli dice: “Questo legname d’ulivo che t'ho regalato portalo via presto – mi serve la terra libera.” Lo zappatore gli risponde non ricordo cosa ma ricordo la voce sua troppo alta, e che riprende a zappare. Mio padre afferra il ramo pendulo di un ulivo cresciuto sul confine e sale destramente sul terreno confinante.
Da questo momento non sento più niente – vedo soltanto.
Considerati il passo e la faccia di mio padre, due zappatori cercano di trattenerlo, ma lui si divincola allargando le braccia, e uno dei due cade a gambe all’aria come una bambola sul letto, si rialza, afferra la zappa e la solleva per dargliela in testa. Mio padre si guarda intorno. Di fronte lo zappatore che gli ha risposto male, di lato gli altri che lo controllano a breve distanza, dietro quello con la zappa in mano. Si fa largo, salta tornando nel terreno nostro e viene verso casa a larghi passi. Tutti si guardano in silenzio. Don Lucrezio si è impaurito e scappa?
Io resto nella vigna, tra loro perplessi e lui che non vedo più.
Ecco che mio padre esce da casa. Tiene il fucile con la sinistra, una cartuccia nella destra. Lo zappatore che ha alzato la voce scappa. Quello con la zappa la lascia cadere. Gli altri, impietriti. Mio padre apre il fucile, infila la cartuccia, lo chiude, segue con lo sguardo il fuggitivo, e aspetta. Cosa? Intuisco come in sogno che non vuole ucciderlo, solo impallinarlo. Quello continua a correre.
Quando non si vede quasi più tra gli alberi, lo mira e lo spara.
Il rumore della fucilata ora lo sento, e il grido liberatorio.

L’ho ripubblicato in questi giorni nella mia pagina Facebook, e ha ricevuto questo commento interessante:

Caro Pasquale , i colpi furono due ! Interessante l’interrogatorio in tribunale , dove il giudice amico di famiglia, convinto delle non malevoli intenzioni di Don Lucrezio, aveva concordato preliminarmente con l’imputato la domanda e relativa risposta , allora era ammesso . Alla domanda perché ha sparato il secondo colpo se non c’era l’intenzione di colpire il fuggitivo contadino iornatante, ma solo di spaventarlo , Don Lucrezio rispose : perché non ne avevo più altrimenti gliene avrei scaricati altri . Il giudice non poté fare altro che condannarlo , cosa che comporto il ritiro del porto d’armi di fucile , allora “anche” per uso caccia. Fu così che la moglie , professoressa Misuraca, ebbe il porto d’armi . Ciò ha consentito di detenere in casa i fucili con munizioni e forse qualche battuta di caccia in luoghi remoti e protetti dagli intrusi. Queste informazioni le ho desunte da una conversazione con Gianni Ieraci di almeno un mese fa . Alla mente mi sono affiorati vaghi ricordi di questa circostanza avvenuta , credo, alla fine degli anni ‘50. Mi ha fatto piacere risentirti dopo molti decenni. La mia frequentazione era di più con Luigi con cui facevo i compiti della scuola media , nel primo pomeriggio alla tua casa bianca ai Vignali . Poi si giocava con la carabina a pallini , facendo il tiro a bersaglio ed a qualche improbabile uccellino.
Vincenzo Albanese

Completo (provvisoriamente, la vita è un'avventura provvisoria fino alla fine) il resoconto su questa vicenda:

Non ricordo più chi mi ha riferito – assicurandomi che era stato testimone oculare - il dialogo tra mio padre Lucrezio e il maresciallo dei carabinieri che lo aveva convocato in caserma a seguito dell’episodio dello sparo: Il maresciallo, a mio padre: “Non Lucrezio, siete un picciotto.” Mio padre: “Maresciallo, siete un imbecille.” Maresciallo: “Che dite? Come vi permettete?” Mio padre: “Maresciallo, se fossi un uomo della ‘Ndrangheta, sarei un capo, non un picciotto.”

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leOpereeiGiorni : Gesù aveva fratelli e sorelle?
di fulmini , Thu 5 December 2019 4:00
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Gesù aveva fratelli e sorelle?

Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Iose, Simone e Giuda? (Matteo 13,55)
Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Iose, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non sono qui fra noi?». (Marco 6,3 - Luca 4,22)
Leggiamo tutto questo in italiano tradotto dal testo greco, nel testo greco la parola fratello è adelphos ἀδελφός, ovvero fratello carnale, nato dallo stesso grembo. Abbiamo ragione di pensare che colui che chiede si rivolga ai presenti in aramaico, quindi la parola è ach, che può significare, oltre che fratello, fratellastro o cugino. A questo punto possiamo solo fare delle supposizioni. Chi ha scritto o tradotto i vangeli in greco? Giudei cristiani, cristiani ellenisti? Sono stati trascritti da copisti? I copisti spesso copiavano male, a volte in maniera approssimativa, non interpretavano il testo - al punto che si può pensare che la trasmissione orale sia più fedele di quella scritta.
Oggi possiamo dire che i “fratelli” di Gesù sono considerati fratelli dai protestanti, fratellastri dagli ortodossi, ovvero figli di un matrimonio precedente di Giuseppe, cugini dalla Chiesa cattolica che considera Maria SEMPRE vergine.
La verginità di Maria non è inscritta nei vangeli canonici. La Chiesa cattolica risolve la discussione dichiarando il dogma, verità universale e indiscutibile in cui si deve credere per fede, ciecamente e che non si deve mettere in discussione.
Sappiamo poco di Gesù, ancor meno di Maria e Giuseppe.
Nei vangeli si danno notizie scarse sui genitori di Gesù.
E tutti gli rendevano testimonianza e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». (Luca 4,22)
Gesù viene chiamato figlio di Giuseppe, figlio carnale. I cattolici dicono che Giuseppe è il padre putativo.
Se Giuseppe avesse detto che Gesù non era suo figlio Maria sarebbe stata giudicata adultera e lapidata. Se poi avesse detto che Gesù era nato per opera dello spirito santo non avrebbe avuto sorte migliore di Maria, in quanto blasfemo.
Il dogma non permette di dubitare.

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