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economia di solidarietà : Variata iuvant
di luisrazeto , Sat 19 May 2012 4:00
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{Cari lettori, abbiamo affrontato spesso, in questo sito-rivista, Luis ed io, il problema della creazione di una nuova civiltà. Molti sono gli scettici riguardo una tale prospettiva di lavoro. Noi ascoltiamo le critiche, quelle giuste le includiamo nel nostro progetto, e perseveriamo, con sempre nuovi testi, sempre nuovi argomenti. Il tempo stringe, la situazione pericola. Ieri Luis ha pubblicato nel suo sito un breve testo che ho ritenuto utile per continuare la discussione del problema, e l’ho tradotto in italiano per voi. P.M.}


¿PERCHE’ NON E’ ASSURDO NE’ FOLLE NE’ UTOPICO PROPORSI LA CREAZIONE DI UNA NUOVA CIVILTA’?

Alcuni intellettuali, professionalmente formati in sociologia, hanno messo in discussione l’idea che sia possibile proporsi la creazione di una nuova civiltà come obiettivo cosciente, che possa essere realisticamente concepito e realizzato. Alla base della loro critica sta l’idea che le civiltà nascono le une dalle altre seguendo il corso naturale della storia, come risultato di processi globali non organizzati né organizzabili da persone o gruppi particolari. Sarebbero le società intere – nel loro decorso naturale che risponderebbe a leggi obiettive dell’evoluzione storica -, le forgiatrici delle successive civiltà.

La critica della concezione della storia come processo naturale governato da leggi obiettive l’abbiamo realizzata sistematicamente e dettagliatamente in altro luogo. (Chi è interessato può leggere questo libro: Pasquale Misuraca e Luis Razeto Migliaro, LA TRAVERSATA. Libro Primo.) In questa occasione mi lascerò guidare dal più importante studioso e storico delle civiltà, Arnold J. Toynbee, che fonda la propria comprensione della storia delle civiltà sulla seguente affermazione: “Una società è una relazione tra individui; questa relazione consiste nella coincidenza dei campi di azione dei suoi individui; questa coincidenza combina in un terreno comune i campi individuali; e questo terreno comune è ciò che chiamiamo una società. (…) Nessun campo di azione può essere fonte di azione… La fonte dell’azione sociale può essere soltanto ciascun individuo, o alcuni individui il cui campo di azione costituisce, nel terreno in cui coincidono, una società. Sono gli individui umani, e non le società umane, che ‘fanno’ la storia umana.”

Toynbee sostiene che ogni persona può essere soggetto attivo di varie ‘società’, nella misura in cui le sue azioni confluiscano con quelle di altre persone creando vari ‘campi di azione’. Ad esempio, un club sportivo, o una organizzazione politica, costituiscono il terreno comune delle attività di diversi individui che coincidono in questi campi di azione. Diverse ‘società’ o campi di azione così costituiti, possono relazionarsi con altre ‘società’ similari, creando con le attività degli individui di tutte queste, un ‘campo di azione’ più ampio, una ‘società’ maggiore. In questo modo, Toynbee sostiene che un individuo, che si relaziona ‘personalmente’ con gli altri individui coi quali condivide vari ‘campi di azione’, giunge a relazionarsi e a interagire ‘impersonalmente’ con gli individui delle altre ‘società’ che formano un ‘campo di azione’ più ampio, del quale il proprio immediato forma parte.

Toynbee sostiene che una civiltà è un ‘campo di azione’ molto ampio, nel quale coincidono e convergono molti e diversi ‘campi di azione’ particolari. Ma ciò che definisce una civiltà non è esattamente la dimensione o la quantità di individui e di ‘società’ che la costituiscono, bensì il fatto decisivo è che il ‘campo di azione’ sia “intelligibile in se stesso”, cioè, che si dispieghi attraverso la dinamica dei suoi partecipanti, con pochi elementi che lo influenzino e lo determinino fuori di se stesso. Perché questo si verifichi, dovrà essere conformato da ‘campi di azione’ (economici, politici, culturali, eccetera) sufficientemente consistenti e autonomi, e integrati e interrelazionati attraverso una cultura e un orientamento spirituale condiviso.

Il grande studioso delle civiltà certamente non poteva eludere la domanda cruciale per noi: ¿Come si formano, o qual è la genesi, delle civiltà? ¿Come e in quali circostanze comincia a esistere una nuova civiltà? Toynbee rigetta la diffusa credenza del suo tempo, secondo la quale le civiltà sono determinate dalla geografia o dalla razza. La sua risposta è esattamente la seguente: Tutte le civiltà cominciarono a esistere come risposta da parte di esseri umani individuali alle sfide che proponeva loro l’ambiente fisico o sociale umano o una combinazione di entrambi. L’idea è che quando cambia un ambiente fisico o un ambiente sociale, o simultaneamente entrambi, si presentano agli uomini e alle società sfide nuove che esigono un cambiamento di comportamenti e l’individuazione di risposte nuove alle esigenze della vita e dello sviluppo umano.

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fotoGrafie : Cinquanta centesimi di occhi
di fulmini , Fri 18 May 2012 4:00
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ragazzina ad Atene


Pasquale Misuraca, Atene, 9 maggio 2012 18:02

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agathotopia : Tu non puoi sapere
di unviaggiatore , Thu 17 May 2012 4:00
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foto di un bambino


La foto del fratello



"Era bambino, aveva forse sette anni, giocava con i suoi amici, loro avevano fratelli o sorelle, si sedeva a guardarli mentre giocavano insieme, a volte li osservava con uno strano sorriso. Gli adulti che passavano dicevano che era figlio unico e che invidiava chi aveva un fratello, dicevano che era sicuramente invidioso, si capiva dal suo sguardo.
Lui sentiva e non diceva niente neppure quando dicevano che i suoi non erano dei buoni genitori perché non capivano che lui avrebbe voluto un fratello e non glielo davano.
Tornava a casa, guardava la fotografia sulla parete e immaginava di giocare con quel bambino, suo fratello morto a cinque anni. Certo avrebbe voluto un fratello ma quel fratello.
Cosa sapevano quelli che lo giudicavano?

Qualche anno dopo Gianni e Roberto litigavano, erano suoi amici e lui era intervenuto in difesa di Gianni.

- Che cosa vuoi tu? Parlo con Gianni, tu non puoi sapere che cosa sia un fratello-

Sono passati molti anni, non abita più in quella casa ma sulla parete nuova c'è la stessa fotografia."

Giuliano Cabrini

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guidaPellegrina : Olio salentino (Coratina di Torre Vado)
di fulmini , Wed 16 May 2012 2:00
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Abbiamo domandato a Raffaele labicano (Eraclito redivivo) un parere esperto sull'olio prodotto da Antonio salentino nel 2011, ed ha distillato queste righe:

"Il profumo ricorda vagamente il pomodoro maturo. All'assaggio, sulla lingua si sente che non ha una buona pulizia, e questo viene confermato quando si manda giù. Il sapore manifesta uno sgradevole segno di muffe già in evoluzione, poi arriva un piccante molto pronunciato accompagnato da un leggero amarognolo. Il finale è corto, ma il palato rimane comunque abbastanza pulito."

Siamo consapevoli del fatto che il lettore appassionato non possa confrontare il parere di Raffaele col proprio, essendo l'olio di Antonio ancora indisponibile sul mercato nazionale. Ma il post "ha un suo perché" - vuol mostrare cosa concretamente sia un giudizio tecnico spassionato. Prossimamente Raffaele labicano e Syrah torrevadino (sì, l'autore della recensione del Limitone dei Greci) esprimeranno il proprio parere esperto sul vino Tavernello. Tenetevi pronti - degustando il noto vino nazionale.


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leOpereeiGiorni : Pasolini e la crisi
di fulmini , Tue 15 May 2012 4:00
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{Ho pubblicato su ‘Alias’, supplemento culturale del quotidiano ‘il manifesto’, sabato 12 maggio 2012, un ‘fulmine’ sul contributo di Pasolini alla conoscenza della crisi che stiamo vivendo. Lo ri-pubblico qui per voi, lettori e commentatori del sito-rivista.
I migliori ‘fulmini’ pubblicati su ‘Alias’ (dove tengo dal 2006 una rubrica mensile), li trovate nella sezione apposita del mio sito-officina.}

Gennaio è stato il mese di Buster Keaton, febbraio di Kafka, marzo di Gramsci, aprile è, naturalmente, il mese di Pasolini: “Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.” Cosa ha da dire, a te, a me, Pasolini - sulla crisi che stiamo vivendo?

A chi obietta che, essendo un poeta, Pasolini è uno che fa l’amore con le nuvole, risponderò che i poeti hanno i piedi piantati sulle nuvole e gli occhi puntati sulla realtà. I poeti fanno l’amore con la realtà.

A chi obietta che, essendo un profeta, Pasolini ha pre-visto tutto, risponderò che di nessun Dio riferiva la voce: viveva e scriveva “l’orgoglio e il dolore della solitudine”.

Ma allora, Pasolini, chi era? Era uno che aveva perso l’ideologia. E siccome era senza paraocchi e senza consolazione, vedeva e sentiva “tutto dall’alto, da lontano, e tutto dal basso, da vicino”. Quale ideologia aveva perso? L’ideologia della sua adolescenza, comunista e marxista, l’ideologia che aveva conosciuto e riconosciuto nei corpi dei suoi amanti adolescenti.

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