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leOpereeiGiorni : Poesia è Musica
di fulmini , Fri 22 March 2019 4:00
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Ieri Lino Angiuli ha parlato di poesia e musica, anzi di poesia è musica. Nel convegno 'La musica della poesia'. Giornata internazionale di studi e Soirée poètique. Università degli Studi di Torino. Palazzo Badini - Confalonieri.


Ripropongo il suo testo detto come testo scritto, ritenendolo illuminante su una questione essenziale della vita umana.

POEMUSICA
(Torino 21 marzo 2019)

Sono da tempo rassegnato: anch’io morirò senza sapere se sia nato prima l’uovo o la gallina; in compenso dispongo di una qualche ipotesi sulla sequenza cronologica che, nella fatidica ora ics, sarebbe intercorsa tra il big bang (il suono) e il verbum (la parola).
Ebbene, per le ragioni che andrò spiegando, io sono convinto che il primo fiat e il primo rumore nacquero insieme, all’unisono, nel senso che erano la stessa cosa: il suono era parola e la parola era suono, entrambi figli di primo letto di un immenso e oscuro silenzio. In altre parole il big bang non fece da colonna sonora al verbum, come invece fa un pianoforte cui viene chiesto di accompagnare in posizione ancillare una lettura poetica, conferendo implicitamente al verbum una sorta di primato ovvero primogenitura.
Riavvolgendo quindi il nastro fino al “principio”, col permesso dell’evangelista Giovanni direi che, almeno per una frazione di secondo, in principio ci fu il silenzio: parola maschile ‒ questa ‒ così come big bang, verbum, Dio, il che mi fa stare in pace con la premura androcentrica e patriarcale della tradizione giudaico-cristiana. Se poi volessimo stare in pace anche con il principio delle pari opportunità, potremmo dire che il silenzio si accoppiò con l’oscurità e nacque l’universo.
Non potrò però appacificarmi con Platone, almeno con il Platone del terzo libro della Repubblica. Nell’occuparsi dei requisiti che devono distinguere un testo finalizzato all’educazione dei guardiani, difatti, egli utilizza un verbo recante un che di servile per spiegare che l’armonia e il ritmo debbono essere subalterni alla parola: un concetto ‒ questo ‒ diventato pratica nella musica detta monodica quale quella gregoriana; un concetto facilmente contestabile ‒ ritengo ‒ da parte di un qualsiasi rapper.
Giacché siamo in area platonica, ne approfittiamo per fare una sosta veloce nel suo Fedro e cogliere il senso della paradossale critica verso la scrittura, intesa come tecnica di comunicazione alternativa alla trasmissione orale (critica oggi trasferibile, mutatis mutandis, nel campo della tecnologia informatica). Si trattava di una’opposizione motivata dalla certezza che la scrittura avrebbe finito per depotenziare la via dell’orecchio e promuovere oltre misura la via dell’occhio, svalutando così non solo i mezzi della comunicazione (memoria, ritmo, canto) ma anche i suoi contenuti (dialogicità, fisicità, musicalità). Ad ogni buon conto, è chiaro che nella testa del grande filosofo poesia e musica già viaggiavano su binari distinti se non distanti.
La mia ipotesi, che ‒ ripeto ‒ intende tradurre il suono del big bang nella simultanea parola fiat (ammesso che Dio parlasse in latino), non può nemmeno appacificarmi con la tesi di quel Johann Wilhelm Ritter, autore di un’opera postuma, dal titolo lungo e complicato, apparsa nel 1810, che considera la musica il primum movens, la madre di tutti i linguaggi e attribuisce all’uomo la responsabilità di aver separato la madre dai figli, per così dire, producendo una sorta di degrado della primigenia musica universale: teorema ‒ questo ‒ accolto da Nietzsche che ‒ rammentiamolo ‒ fu anche compositore musicale e che in diverse occasioni (anche nella Nascita della tragedia) manifesta sintonia con la posizione antiplatonica di Ritter, guardando alle lingue umane come a un livello di decadimento della musica totale originaria, decadimento che sarebbe testimoniato dalla moltiplicazione babelica degli idiomi. Il medesimo rapper di cui sopra avrebbe da ridire anche su questa argomentazione, che finisce per fare della musica un mondo a sé, distinto dal mondo delle parole, con cui dovrebbe relazionare a debita distanza per non compromettere la propria primazia.
Posso però sentirmi in pace con me stesso e con la mia scelta di intitolare «incroci» la rivista “di letterature e altre scritture” che dirigo da venti anni, con Daniele Maria Pegorari: rivista che, andando a caccia di paritetiche (e sottolineo paritetiche) relazioni tra diversi ambiti espressivi, ha più volte guardato all’ibridazione, sub specie creativa, tra poesia e musica e viceversa, tanto da aver intitolato Poemusica alcune sperimentazioni condotte in tal senso sulle sue pagine. A rinforzare la mia posizione, potrei convocare ad usum delphini lo stesso Orfeo, inventore e patrono sia della musica, sia del canto, sia della poesia.
Comunque, essendo stato io qui convocato quale operatore della parola, debbo adottare il mio personale, particolare e parziale angolo visuale, mettendo tra parentesi, almeno per il momento, teorie cosmogoniche e ipotesi mitologiche, e osservare a distanza ravvicinata l’evoluzione di certi fenomeni prettamente verbali. In questa ottica, mi basta ficcare velocemente il naso nella Storia, per notare che il verbum è stato a lungo parlato e cantato, quindi ascoltato, prima di essere scritto, quindi letto. Non a caso si chiama lingua, con riferimento diretto all’organo principale addetto alla fonazione, il complesso delle capacità verbali di un intero popolo come dell’intera umanità.
Il passaggio dalla via dell’orecchio a quella dell’occhio ha privato la parola di una parte cospicua della sua corporeità ovvero sonorità: l’oralità, infatti, comporta un alto tasso di fisicità, il che lega strettamente (carnalmente direi) colui che parla con colui che ascolta. Per questo, anche quando leggiamo mentalmente e azzeriamo il volume vocale, continuiamo a sentire nella testa suoni verbali, grazie a una sorta di automatismo percettivo e di illusione acustica di marca pavloviana.
La scrittura era destinata a mettere in crisi l’oralità per una ragione fon-damentale di natura antropologica, se si considera che essa forniva e fornisce all’uomo un potente strumento per poter fronteggiare la propria condizione mortale e la relativa angoscia. Così, la primitiva e stretta relazione, se non identificazione, tra parola e suono si è andata progressivamente e ulteriormente riducendo fino al punto che oggi, per parlare della relazione tra poesia e musica, dobbiamo accontentarci della e congiunzione al posto della è voce del verbo essere: “poesia e musica” anziché “poesia è musica”.
Questo convegno, a giudicare dal suo titolo (La musica della poesia), mi pare che aspiri a rimettere l’accento sulla vocale e come segno di stretta parentela tra i due poli, fino a prefigurare il superamento della vigente distanza. Un superamento affidato a uno dei due poli in gioco, la poesia, ma lo stesso sforzo potrebbe essere sviluppato, specularmente, dai rappresentanti dell’altro polo.
In piena sintonia con questa prospettiva, posso tornare sui miei passi per ribadire che, secondo me, in principio, il big bang e il fiat erano la stessa cosa, perché prima del due, in principio, ci fu l’Uno, come spiegano non solo le teologie monoteistiche ma anche certo pensiero orientale che assembla il due costituito dallo ying e yang in un unico simbolo armonico. L’Occidente, invece, radicalizzando il pensiero binario, ha spaccato il capello in quattro, l’atomo in mille e il sapere in tanti specialismi settoriali e incomunicanti. Figuriamoci se non doveva dividere anche la poesia dalla musica, come due campi autonomi con autonomi linguaggi e autonome istituzioni culturali.
Restando nei paraggi dei massimi sistemi, cerco di approdare alle mie minime conclusioni che, per certi aspetti, potrebbero accontentare anche Platone, considerato quello che Aristofane afferma nel Simposio a proposito dell’origine unitaria dell’umanità alla cui ricomposizione gli umani tenderebbero seguendo la forza dell’amore e la nostalgia dell’unità.
In effetti, se in principio era l’Uno, mi viene di pensare che, a furia di di-videre l’unione primordiale tra verbo e suono, poesia e musica, si sia prodotto un forte risucchio nostalgico verso l’unità primigenia. Mi spingerei, anzi, a parlare di una sorta di elaborazione del lutto per la perdita di quell’unità, reale o immaginata. Tale nostalgia e tale elaborazione si compiono e manifestano attraverso gesti, tracce e rituali, di cui voglio fornire qualche significativo esempio all’insegna del motto Ut musica poesis:
- usa dire voce poetica, anche quando ci si riferisce a produzione scritta;
- la parola lirica, che deriva da uno strumento musicale della classicità, è monema polisemico, significando esso sia un genere musicale sia un testo poetico;
- la forma più nobile e assai presente nella letteratura poetica è il sonetto, inventato presso la Curia di Federico II da uno dei suoi notai;
- la poesia prevede la metrica così come la musica prevede il me-tronomo, in ossequio ai medesimi principi (in proposito dovremmo allargare il discorso al trait d’union matematico, abbattendo altre barriere);
- nella letteratura universale abbiamo il Cantico dei cantici; quella italiana si apre con il francescano Cantico delle creature, cui fanno seguito, volando tra i secoli, le cantiche e i canti danteschi, i pascoliani Canti di Castelvecchio, il dannunziano Canto novo; per la letteratura straniera basti citare i tanti chan provenzali; i Quartetti di Eliot, i Cantos di Pound, i numerosi Madrigali di Garcia Lorca; il Canto general di Neruda.
Al di là della valenza probatoria di questi esempi, a favore della mia ipotesi rimane disponibile un verbo che, da solo, è in grado di ripristinare la perduta unità: sentire, verbo valido sia per la poesia che per la musica, capace di mettere insieme i due emisferi cerebrali che la nostra cultura e la nostra organizzazione sociale hanno provveduto a separare.
La poesia, a suo modo, ha fatto del suo meglio per non smarrire il contatto intimo con la musica. E così la produzione “tradizionale” ha suonato e si è fatta sentire attraverso la metrica; quella contemporanea, dopo la scoperta del verso libero, preferisce affidare la pulsione musicale alle risorse fonosimboliche, ma il risultato è lo stesso: possiamo fare a meno del verbo capire (il verbo che tende a fare prigioniero un significato illudendosi che sia il significato) e abbandonarci al verbo sentire, per lasciarci attraversare dal senso profondo della comunicazione emotiva e moltiplicare così le chances della irripetibile relazione tra scrittore e lettore.
Ora, si parva licet compònere magnis, vorrei concludere con un riferimento alla mia personale esperienza creativa, nata e cresciuta nell’ambito di un mondo dialettofono colmo di oralità e fatto di nenie proverbi canti filastrocche bestemmie preghiere cantilene: tutto in lingua dialettale, cioè in una lingua a cui non interessa affatto la via dell’occhio ma solo quella dell’orecchio e che ci permette, tra l’altro, di sentire se una persona sia veneta, piemontese o siciliana. Non a caso Piero Jahier affermava che per conoscere bene l’Italia avrebbe voluto conoscere i suoi numerosi e diversi dialetti.
Personalmente ritengo che, porgendo l’orecchio alla lingua delle origini, i dialettofoni alias “madrelingua dialettali” siano più liberi di “cantare” la propria inalienabile canzone identitaria. Per questo la mia scrittura non sa fare a meno degli echi dell’oralità e della musica ancestrale che la cosiddetta linguamadre reca nel grembo della memoria individuale e collettiva. Anche la presenza del sermo planus e della lingua quotidiana garantisce alle parole di emettere suoni vivi e non sterilizzati dal comune senso della poesia, che tende a disossare il corpo delle parole per estrarne l’anima e che, per parlare di vite morti miracoli, ha bisogno di consistenti trasfusioni di sangue verbale. Cerco insomma di “incrociare” l’orecchio e l’occhio suonando le parole e parlando i suoni, per superare la condizione di separate in casa in cui a volte la poesia e la musica sono costretti ad agire. Di conseguenza, anche per rispetto nei confronti della musica, non accetto mai di far accompagnare le mie letture da strumenti musicali, aspirando a esprimere la musica e le sonorità di cui le parole, dialettali o meno, sono sempre portatrici.

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leOpereeiGiorni : Attilio Bolzoni e lo Stato
di fulmini , Thu 21 March 2019 4:00
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Attilio Bolzoni, 'Il Padrino dell'Antimafia', Zolfo editore:
https://www.youtube.com/watch?v=EmvtD-pc3d8&t=11s

Gramsci, lo Stato e la sua crisi:
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=3770

Pasolini e la crisi della civiltà moderna:
http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=2603

Com'è che possiamo uscire dalla crisi, anzi ci stiamo uscendo:
http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/scienza/196-la-vita-nuova-versione-multimediale.html

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fotoGrafie : Donna in via Labicana
di fulmini , Wed 20 March 2019 4:00
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donna


Pasquale Misuraca, Roma, marzo 2019

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i nostri inviati : Foglie
di unviaggiatore , Tue 19 March 2019 4:00
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recinzione


Giuliano Cabrini, Genova 2019

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i nostri inviati : Metafisico e onirico
di fulmini , Sun 17 March 2019 4:00
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legno


Antonio Italiano, Xilopaesaggio scarsamente antropizzato - Sorgenti di Santa Susanna di Rivodutri


Caro Antonio, sei invitato: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=4795

Caro Pasquale, interessante ciò che sta sotto Rivodutri. Ninfee al lago di Ripasottile, Cormorani alle sorgenti di Santa Susanna, proprio dove ho fotografato questo xilopaesaggio scarsamente antropizzato.
Antonio

Caro Antonio, mi piacerebbe ripubblicare questa foto... metafisica nel sito-rivista Fulmini e Saette. Pasquale

Caro Pasquale,
puoi pubblicare la foto. Fa parte di una serie di scatti con i quali ho inteso indagare come forme, linee o colori appartenenti ad uno specifico contesto possono essere elaborate dalla mente e associate agli infiniti deja vu che albergano nella memoria, ai codici formali ed ai ri-conoscimenti che ri-portano ad appartenenze altre, ma con matrici visuali sorprendentemente sovrapponibili.
Tu dici metafisico ed io ci aggiungo onirico. Vanno a braccetto. Tutto e tutti possono stare insieme e dico che (rubando a Kant) si coniugano perfettamente con le "pretese della ragione".
Antonio

Nota a piè di pagina a favore dei nuovi lettori e visionatori del sito Fulmini e Saette.
Antonio Italiano per passione e professione è architetto, docente di restauro, fotografo, e... affabulatore: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=3265

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